Ah, a proposito delle storie ridicole di cui sotto, si può dire che ho fatto sesso in canonica (non in posizione canonica, proprio la canonica con l’acquasantiera e compagnia bella)?
Volevo tenerlo per me, ma non ce l’ho fatta, questa storia fa troppo ridere.
pi-piesse: mi scuso ufficialmente con i cinque ragazzi che ieri, all’irish, sono scappati ascoltando casualmente il raccontaccio ecclesiastico. Dai, su, alla fine era solo il luogo inusuale, mica mi sono trombata Ratzinger!
Poco fa, Lei, si preparava, agitatissima, per un appuntamento dei sogni, e, salutandomi diceva goditi la tua serata per volerti bene.
Così mi vorrò bene, stasera, e scriverò solo per me.
Penso a questi primi 10 giorni di lavoro. Tante piccole vittorie. Ho imparato che il pulsante dell’apriporta è quello centrale, che le persone che lavorano da tanti anni a volte sono stanche e spente, ma non sempre, che l’impiegata è ipocondriaca, che se vorrò farcela dovrò sudare tantissimo, che forse un pochino di soggezione negli uomini la metto, che un sorriso distende ogni tensione, che il caffè della macchinetta fa schifo, come tutti i caffè di tutte le macchinette di tutte le aziende del mondo. Ero più stanca quando stavo a casa a fare niente, a leggere e a deprimermi. Ora le giornate sono leggere e profumate di novità. Amo vedermi bella la mattina presto, scegliere cosa mettere con cura, uscire al freddo pungente e fermarmi a comprare il giornale prima di entrare in ufficio. Mi piace costruirmi come mi piacerò.
Penso anche che sono fiera di me, perchè so amare. Disperatamente, in maniera assurda e dolorosa. Ma non ne ho più paura. Non ho paura di una corsa folle alle sei del mattino solo per incontrare uno sguardo che dopo poco se ne andrà. Siamo destinati a perderci, noi. Un amore terribile.
e non c’è niente,
non ci sarà mai niente
che non sia stato, prima,
nel cuore.
E credo che sia bellissimo stare attorno ad un brutto tavolo coperto di birre, seduti su un divanetto rotto, rattoppato con gli asciugamani della Dreher, a ridere di una storia di sesso ridicola, a ridere di una storia di sesso triste. E capire la differenza che c’è tra il bene che ti vogliono gli amici, quando ti vedono con gli occhi diversi e opachi e persa, e la mancanza che sei tu, che nella mia vita non sei.
C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole. Però, vabè, può anche succedere che qualche sogno non si avveri, non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione, nel medesimo momento per un sogno e per una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a chi dar ragione e la felicità è, invece, poter abitare queste due stanze separatamente e voler bene sia alla realtà che al sogno, insieme o divise.
(R. Vecchioni)
Buonasera Mondo.
Voglio solo lasciarti qualche pensiero notturno, ora. Sono rientrata venerdì dal corso per diventare grandi nella metropoli e, in effetti, un pochino lo sono diventata. In chiusura, venerdì sera, il formatore ha detto una dei quelle frasi retoriche che però fanno effetto Non occorre essere grandi per cominciare, ma occorre cominciare per fare una grande cosa. Alla vostra grande occasione. E a me è venuto da piangere, ma non una delle mie solite crisi isteriche da psicolabile, dopo, sul taxi che tagliava sgarbato una tranquilla Milano prefestiva, ho sentito la certezza, erano lacrime di gioia, perchè, dopo tanto, ho capito di potercela fare, che, forse, ero brava davvero. Questo non è il mio sogno, ma è una vita bella.
Poi sono tornata, serena, alla mia piccina città. Un sabato circandata dalle mie amiche. Risate, drink, tacchi alti, sorrisi sinceri, la discoteca del cuore. Un incontro un po’ troppo forte, come è stato definito. La paura di una possibile dipendenza. Palpebre che sbattono piano assordate dal rumore del cuore.
Va tutto davvero bene.
Vorrei solo poterlo condividere con un abbraccio che mi aspetta la sera, che abbia voglia di portarmi al cinema e che non si stanchi mai di vedermi sorridere. Che domani ricordi il profumo di cui la notte si nutre.
Le Grandi Solitudini
Sempre così suonano tutti i bicchieri
Poi le donne e gli amici si vestono in fretta e io gli ascolto i motori
Se ne vanno lasciando il silenzio tra la cenere di un venerdì
Mezzanotte tra i piatti di carta e la bottiglia di gin
Si può morire così sbranati dal desiderio
In questa notte d’estate che esplode di luci e ci incanta il pensiero
Il mio sole è lontano ma sì ogni sole si accende da qui
Di fedele mi restano gli occhi e questa camicia che ho
Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
E staccano i telefoni, tu chiama col cuore se vuoi
E immagino quel brivido quando torno a vivere negli angoli di un corpo diverso dal mio
E il giorno scivola via la faccia sul marciapiedi
Siamo navi partenti ma quale bandiera siamo sempre stranieri
Ma balliamo da soli lo stesso aspettando il miraggio di un sì
Ci va bene un amore anche espresso solo scaldato così
Le grandi solitudini se arrivano a sfiorarsi, lo so
Si spogliano in un attimo e via
Daremo fuoco a questa signora la notte
Che esplode dentro all’anima qui e ci scrive la storia di noi
Siamo un passo di tango, di samba, un fandango, uno sputo d’eroi
Ma fingiamo di amare lo stesso, anche un’ombra che passi di qui
Nascondendo in un grumo di sesso di un vuoto pieno di sì
Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
Ma siamo teneri, lo so, dimenticati però
Le grandi solitudini se arrivano a toccarsi lo sai
Non bastano i telefoni del mondo per dire tutto di noi
Tutto di noi.
Amici, ciò che è accaduto in questo w-e è stato giustamente definito da un amico all’oscuro dei fatti un universo parallelo. E’ la definizione migliore. Perchè in certe sere non sono peggiore o superficiale o cheap, sono semplicemente in un altro universo. Siete curiosoni eh? Lo so, lo so. Ma sono le 00:51 e tra circa quattro ore mi sveglio per iniziare la mia settimana milanese da persona adulta, perciò congeliamo tutto (tanto per una settimana probabilmente sarò tagliata fuori dal mondo telematico) e al mio ritorno, prima di ogni racconto sulla nuova avventura, giuro che vi narrerò le fantastiche avventure de Gli Immortali.
A presto bimbi. Vi voglio bene.
ps. Sì, ho un po’ paura. Ma va bene così.
Seduta su una sedia di plastica verde, alle spalle di una baracchina di un piadinaro notturno, in uno di quei parcheggi silenziosi, che accologno i relitti della notte gocciolante di vita, guardo il display del mio telefono, mentre un alito di vento freddo mi stringe nel tranch.
04:05. Un sms a chiedermi un po’ di calore, in questa notte preludio d’inverno. A chiedermi quel profumo che aveva bevuto appena prima, salutandomi, in quella discoteca piena.
04:27. Senza pensarci, decido che non ce la faccio. Sento che ho voglia di fare l’amore con qualcuno che mi emozioni.
Salgo in macchina sola, e mi lascio sussurrare i racconti della via Emilia, guidando verso casa, chiedendomi solo, poi, della notte che cosa rimane.
Qualche giorno fa mi sono trovata, insieme alla mia socia Paolita, a vagare per le basse campagne bolognesi in cerca del luogo nel quale eravamo state convocate per un colloquio per un lavoretto serale. Dopo esserci perse più volte e compreso che Google maps è aggiornato agli stradari del 1956, troviamo, quasi per caso, l’indirizzo segnalatoci. Una casa, in campagna, con fienile e pollaio. Bene, mentre io già ci vedevo sgozzate insieme alle galline, la Paola chiede spiegazioni telefoniche, così, compresa l’inesattezza della meta, ci muoviamo secondo dettami. Ora, nel bolognese probabilmente hanno un concetto dei numeri civici piuttosto vago, direi, in quanto il luogo del colloquio si trovava 300mt più avanti della casa dell’orrore, sul lato opposto della strada, con lo stesso numero civico. L’affare già si faceva cupo, ma decido di comunque di avere fiducia. Quindi entriamo, un po’ timorose, in questo maxi centro dimagrante-rassodante-depilante-fotoprotoimbellente all’americana, con finestroni, specchi e una scala a chiocciola di cemento armato del diametro di uno shuttle. Ad accoglierci ben tre receptionist, non uno, tre, con tanto di camice bianco (ora, dovete pure spiegarmi a cosa cavolo ti serve un camice bianco per rispondere al telefono e cazzeggiare su Fb…) che, prontamente, ci mettono in attesa sugli scomodissimi divanetti all’ingresso, davanti ad un cesto di caramelle dietetiche, informandoci che la dottoressa era impegnata e ci avrebbe chiamate appena possibile. A breve avvertiamo qualcuno che discende, con la leggerezza di una mandria di bufali, la scala galattica. Ci si presenta una secchissima e tettona ragazzina mora, avviluppata in un tubino nero sottovuoto, traballante su un paio di décolléte con punte studiate apposta per schiacciare gli scarafaggi negli angoli. Tipica segretaria scema e, di conseguenza, apostrofata come tale, per poi comprendere, un istante dopo che si trattava invece della dottoressa in persona. Iniziamo bene. Aspettandomi che da un momento all’altro spuntassero le telecamere di Candid Camera, seguiamo la Sacerdotessa del centro in cui gli stagisti portano il camice e le dottoresse si vestono da bottane. Ma il meglio doveva ancora venire. La presentazione del lavoro. Barricata al di là della sua scrivania vuota, dopo aver scrutato con disgusto le mie cosce più larghe di una cannuccia da mojito, la signorina inziò così: “Bene ragazze, noi siamo un centro di dimagrimento con sede in America (generico, poteva essere New York come Città del Messico) e stiamo cercando di promuovere in Italia la nostra macchina a pressione gravitazionale (?!) che permette di perdere 5cm in 10minuti (scusa? deve fare certamente benissimo, peccato che poi ti nascano i figli verdi, ma dimagrisci, eh) e ci servono tre promoter che girino il venerdì e il sabato sera, dalle 20 alle 2, per i locali di Modena più frequentati a prendere nominativi per la prova del nostro macchinario (cioè, devo avvicinare le ragazze e dire loro ‘ciao culona, ti piacerebbe dimagrire diventando radioattiva?’).. tipo in aperitivo-cena fate un giro in centro, non so… Cafè Concerto (certo… durante le cene di Camurri, tanto non conosco nessuno) e altri locali nelle vicinanze e poi, più tardi, verso mezzanotte vi spostate allo Snoopy (…mmm… non mi sembra di conoscerlo questo posto…).” Ora, probabilmente notando il nostro mutismo legato ad espressione contrariata del volto, la poverina cerca di edulcorare la proposta aggiungendo: “Guardate che è un lavoro molto rilassato, potete fare pause, poi nei locali in cui andrete sarete ospiti (questo già accade, sciocca)… anche in discoteca, fate un giretto, poi andate ai tavoli, chiaccherate un po’, fate pubbliche relazioni.. (si, poi purtroppo capita che da certi tavoli non esco viva.. succede)”. Insomma, un disastro. Nemmeno a fronte di uno stipendio riguardevole potrei sacrificare la mia immagine (e in alcuni casi la mia salute) in questa maniera. Quindi, appena possibile approfittiamo di una pausa della dottoressa yankee per aggiustarsi i capelli, salutiamo educatamente e fuggiamo, veloce.
Ora, ma vi pare che io possa sacrificare i miei w-e invernali per andare a ridicolizzarmi in luoghi in cui transito regolarmente? No dai, qui invece che farmi bella grazie al dimagrimento è piuttosto che ‘La morte ti fa bella’, la morte sociale, però.
Se proprio devo ridicolizzarmi lo faccio perchè sotto effetto dell’alcol (o semplicemente per la mia nota propensione al clownismo).
Sei giorni, tre serate mondanissime. Se qualcuno si chiedesse il perchè dei precedenti giorni di silenzio, è questo. E’ il tempo fisiologico necessario a riacquistare le facoltà mentali dopo il venerdì d’inaugurazione dello Snoopy, con caldo tropicale, col finire al tavolo con gente improbabile a sbocciare le magnum di champagnaccio, che ci fa bere a collo da una bottigliaccia di havana, con un vestito di seta imbrattato da portare in lavanderia, con i soliti deliri invernali, insomma. E poi, il sabato, la replica. Dopo un aperitivo con un nuovo non-fidanzato di rara scemenza, Il Tavolaccio, esattamente davanti a quello dei carabbinieri (per chi è nota, e non lo sa), i fiumi di vodka-lemon, i deliri sessuali di Frank, gli appuntamenti notturni mancati. E, non paghi di questa botta di mondanità (e alcolismo), mercoledì, la tripletta (si, lo so, mi sto godendo un po’ troppo queste ultime due settimane da fancazzista, ma poi divento grande, giuro!). Aperitivo, pizza e Sali e Tabacchi. Entrata da star, as usual, free e saltando clamorosamente la fila, pienissimo e, devo ammettere, non solo di bella gente, ma comunque da non perdere il suo fascino.
E, mentre sei lì che combatti con una shampista in mini-abito di lycra e stivali e tenti di salire sul gradino del bar per cercare un centimetro cubo di aria respirabile, lo vedi.
Lui. Lui che a ballare tra tutti quei mezzi manichini scappati dalla vetrina di Volpi è fantastico con una maglietta dei Ramones. Per un secondo tutto è immobile, anche il respiro, il cuore, tutto. E in quel secondo sei completamente scevra di difese. Afferrabile. Fragile. Nuda, ero nuda. E anche se sai che è finita, che lui ha scelto l’altra, il porto sicuro, non c’è niente da fare, come lui ti prende la testa e ti accarezza e, senza riuscire a guardarti negli occhi, ti dice che sei bella, ti sconvolgerà sempre l’anima. E io, questo, non lo cambierei per nulla al mondo. Perchè quando la Paola mi chiede se alla nostra età esiste ancora il tuffo al cuore la vorrei fare entrare un attimo, solo un attimo, a sentire, qui dentro, che casino c’è, quando vedo lui.
piesse: so che questa frase ti piace tanto, te la presto quando vuoi, perchè so che capisci.
pi-piesse: …e siccome è facile incontrarsi, anche in una grande città
Dopo aver avvertito le persone più care, eccomi a voi, diletti lettori. Solo per dirvi che… ce l’ho fatta. Si, quel colloquio, ricordate? Selezioni pesissime e, mi hanno presa.
Grazie a tutti.
Perchè la mia vita senza le parole, le immagini, gli amici migliori, non sarebbe così bella, io non sarei così piena.

“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh! “
(On the road – J. Kerouac)