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Notturno degli amanti inesistenti.

Travolgimi, maleducato
prendi la mia mano, con il nobile gesto sicuro della tua.
Spogliami, con la sfrontatezza dei tuoi occhi
incoscienti.
Inarca il giovane stelo di giunco che sorregge la mia carne
e il mio ventre.
Bevine, della sua ferita.
Trema, accogliendo due giovani boccioli tra le tue mani
gentili, ora.
Schiacciami, con il tuo peso prepotente, impaziente e
sollevami,  leggera,
come spirito, come brivido.
Respirami, pulsando
stringendo
lasciandomi.

Le cose che abbiamo in comune.

Lei quella sera si preparò non con particolare precisione, era di fretta, aveva dovuto giostrarsi tra un aperitivo con una amica e una corsa dell’estetista, poi non stava bene, non si sentiva abbastanza bella da dedicarsi troppo tempo davanti allo specchio. Si guardò fugacemente allo specchietto della macchina mentre correva sulla strada buia che la riportava in città, tutto sommato si piaceva, e comunque, era perfetta per un venerdì che non prometteva nulla se non due calici di champagne tra due amiche che non si parlano da un po’ e una festa a cui non aveva voglia di andare.

I discorsi, davanti a quei due bicchieri, scorsero superficiali e dolci. Avrebbe voluto parlare di più, a quella amica, di cui aveva condiviso un dolore, qualche tempo prima, ma a volte sentiva un muro di cristallo tra lei e lei persone, anche le più care, e allora le riusciva impossibile anche il minimo avvicinamento emotivo. Così, la buttava sull’ironico, ed era felice di riuscire comunque a scaldare quel piccolo fragile cuore, anche se solo per un momento, un momento che scoppiava poco dopo, come una bollicina persa nel vino frizzante. Lui, intanto era lì, come al solito tra il bancone e la cassa, tra i clienti a cui sorridere e i pensieri. Non si era accorto subito del loro ingresso quella sera, stettero un istante sulla porta, in attesa. E lei un po’ ne fu delusa, come se avesse perso un po’ del suo magnetismo. Come se il suo profumo, a lui, quella sera non fosse arrivato. Poi, non appena lui la vide, andò verso li loro. Sorridente e agitato. O almeno, a lei era sempre sembrato così, agitato, quando si vedevano in pubblico, quando erano quasi estranei. “Prego, c’è un tavolo laggiù, arrivo subito con i vostri soliti bicchieri.” – o qualcosa di simile, il momento in cui si toccavano aveva sempre qualcosa di magico ed estraneo a tutto il resto che le distoglieva l’attenzione dai convenevoli. 

Fu subito l’ora di andare, si erano presi accordi per vedersi con le altre fuori dal locale della festa, inutilmente presto. Così ci fu solo il tempo per un fugace scambio di pensieri tra il bagno e la porta, osservati da orecchie maliziose, invidiose degli sguardi profondi, avide delle parole che non sentono. “Sei qui da solo, stasera?” – sibilò lei, che non aveva registrato la presenza della moglie. ”Si” – rispose, risoluto. “Allora ti posso mandare un messaggio tra poco?” – era obbligo accertarsi, le regole le stava imparando, ormai. “Un messaggio? E perchè non me lo dici ora?” – a volte lei si stupiva non della superficilità con cui le persone ascoltavano le sue parole, ma della complessità dei significati che ella stessa dava le cose, e lo faceva per puro piacere estetico. “Perchè non sarebbe la stessa cosa. Allora, fino a quando posso?” – dovette ripetere quel rito, già infastidita dal limite. “Ancora per una mezz’ora rimango qui, poi vado.” – e si guardo preoccupato intorno, il locale era ancora pieno. “Ok, hai la macchina?” – quell’ultima domanda le uscì fuori spontanea, violenta. “Sì” – non c’era altro da aggiungere.

Di lì a poco si trovò davanti a quella discoteca, circondata da personaggi discutibili. Si sentiva snob, scarcastica. Sopra la media, lei, che, in fondo era incompleta, non straordinariamente bella, intelligente sì, ma non ancora realizzata. Ma si era sempre sentita diversa, dal resto. Osservata, più che presente. Il messaggio, a lui, l’aveva già mandato da un po’ e intanto si era distratta conversando di tute alla moda ed economicamente newyorkesi. Diceva: se hai pazienza fino all’una ci vediamo da qualche parte per un buona notte un po’ particolare… Quella sera, così inaspettata, non aveva voglia di parlargli, di sfornare il discorsetto che avava minuziosamente preparato da una settimana a quella parte, Il Discorsetto che faceva più o meno “Io non sono fatta per essere un’amante. Non merito un amore a metà.” No, quella notte aveva solo voglia di fare l’amore. Era quello che avrebbe fatto. Squillò il telefono. Lui stava arrivando lì. Così, questa principessa persa, salutò le amiche, che, esaurita l’estenuante fila, stavano entrando e attese sulla strada, in quel parcheggio in cui una volta, molto tempo prima aveva amato disperatamente un altro uomo. Aspettava lì, in piedi, stretta nel suo tranch scuro. Si sentiva avvolta da un fascino misterioso, di chi non si aspetta un lieto fine, ma una tempesta di emozioni. Si sentiva guardata, come in un film. L’aria era fresca e soffiava un vento leggero. Lei era sempre stata innamorata del vento, credeva ci fosse qualcosa di romantico e tristemente caduco in quel nulla che muove i capelli lievemente e un attimo dopo li quieta. Si sentiva bellissima.

Lui arrivò. E lei corse verso la sua macchina infilandosì nell’abitacolo velocemente. Le piaceva molto, sì, doveva riconoscerlo ogni volta che lo rivedeva. Non avevano molto tempo. Si fermarono in una zona residenziale placida, per bene, a luci spente. Sapeva che avrebbero parlato, del resto era per quello che erano giunti fino a quel punto, le parole, quelle fregano sempre, belle, piene, vacue, stupide, zuccherine, intelligenti, il gioco lo conducono sempre loro. Ebbero una conversazione vuota e imbarazzata, come ogni volta, per i primi dieci minuti in cui erano soli. Lui, sembrava, avesse paura di toccarla. Lei, non fu così provocante come voleva. Piuttosto, a un certo punto, lo bloccò, nel bel mezzo di uno sterile discorso, e gli disse ciò che, confusamente, aveva provato a spiegare giorni prima. “Per che cosa stai rischiando? Tanto, lo sai che non possiamo stare insieme.” – lo sapevano entrambi che quanto di bello ci fosse tra loro non era abbastanza per sovvertire l’ordine di una vita. Lui diede una risposta confusa. E, senza guardarla, le disse che ormai le cose erano già complicate, e ora, cosa si poteva fare? Tornare forse indietro e fare finta di non essersi mai incontrati? Nel buio, squillò il suo telefono, era appoggiato al cruscotto, frontale, e lei così potè trovarsi di fronte a quel nome sul display, così gravemente sincero. C****. Era un nome da adulta, non da ragazza. Un nome serio, delle signore che portavano già le perle. Un’anziana amica di sua madre portava quel nome, e questo le recava un leggero senso di colpa. Il telefono squillò a vuoto. E poi, lui continuò, dicendo che il problema era la meta da raggiungere. Non era realmente quello, il problema, piuttosto, il come ci si sarebbe arrivati. A quel punto, lui disse ciò che la deluse più di ogni cosa: “Vedi, se per arrivare alla meta il percorso è lineare e tranquillo allora ne vale la pena, ma se ci si deve arrampicare in tornanti ripidi e rischiosi…allora non saprei…”. Non ne fu ferita perchè sperava che lui fosse già così innamorato di lei, sapete, ma piuttosto perchè aveva sempre follemente creduto nel combattere per ciò che si vuole, nel soffrirne, perchè l’amore era tormento e rinuncia ed era terribile ed era meraviglioso, le avevano narrato le eroine delle sorelle Brönte nelle sere di ragazzina, calde di piumone e libri. E poi, si guardarono, finalmente, per la prima volta dopo essersi detti quanto era assurda questa cosa tra di loro (che già chiamavano relazione, senza nemmeno accorgersene), e fecero finta di essersi guardati per la prima volta, senza sapere niente delle loro vite, conoscendo solo le proprie anime. Lui la strinse, e lei gli chiese un bacio. Era già l’ora di andare.

Lei portò a casa l’amica. Lui l’auto sotto casa. Ed erano ancora insieme, dopo venti minuti di realtà. La macchina giudata da lei sapeva di autoritario e confidenziale, mentre si dirigevano fuori città. Passarono sotto casa di lei, senza un motivo preciso, voleva forse regalargli un’immagine di intimità, mostragli il terrazzo dal quale guardava le stelle d’estate, il portico sotto il quale cenava con i suoi genitori, i fiori del suo giardino, che li guardavano, stupiti e complici, emozionati di sentirsi un po’ come in un “Sogno di una notte di mezza estate”. Poi trovarono un posto appartato, tra i cespugli, per stringersi e sentirsi di nuovo parte di un altro mondo. Fecero l’amore con una passione che aveva qualcosa di disperato, come ogni volta, con la fretta e la curiosità della prima volta, e la malinconia l’ultima. La radio suonava una canzone carina e avvolgente, quando lei appoggiò la testa sul suo petto, per poterlo vivere un secondo di più e avere il tempo di sentire il suo battito, almeno quella notte.

 

Dunque, raccontare tutto ciò che è accaduto in questa settimana ha dell’impossibile e credo che inizierebbero a farmi pagare lo spazio del mio blog. Perciò, sintetizziamo e mettiamo un po’ d’ordine.

Mercoledì, Il dramma familiare.

Rientro, dopo il lavoro (che la settimana scorsa mi ha risucchiata ogni giorno permettendomi di studiare zero), e trovo la signora Madre in visibile stato confusionale e sull’orlo di una crisi isterica. Chiedo spiegazioni e, dopo un litigio ed un estenuante tira e molla per farla parlare, ecco la verità. L’atroce verità. Scoppia in un pianto disperato e mi singhiozza contro una frase simile a: “Tu non mi dici mai niente! Non mi racconti nulla! Tu non sei felice! Perchè ora passi da uno all’altro (magari mamma… magari… :P ) e ti fai prendere in solo in giro!” Uhm. Fermi tutti. Cosa stai dicendo?! Accantonata una prima ipotesi di demenza senile galoppante capisco il peggio quando lei, disperatissima, aggiunge: “Ero disperata… e… e… HO LETTO I TUOI MESSAGGI SUL CELLULARE!” Molto bene. Molto molto bene. I messaggi in questione erano messaggi di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, messaggi antichi direi, ma di una pornografia direi imbarazzante. Ora ci si ride su con le amiche, ma vi assicuro che non ho passato un bel quarto d’ora. Per non parlare del fatto che non mi fiderò mai più della madre e che ora dovrò farmi cucire una taschina porta cellulare addosso.

Venerdì, Il dramma familiare (un altro).

Parliamo dal fashion friday. Bevo i miei soliti tre cosmopolitan in fila, seduta sul solito divano, con la mia socia a fianco, in attesa altre due signorine. E davanti a me vedo una vita di cui non voglio fare parte. Lui, di cui confondo le immagini ufficiali di strette di mano e sorrisi plastici con gli odori ufficiosi della vicinanza. Lei, la moglie. E qualche altra persona che identifico come parenti. Tu, sei stata molto più vicina a quelle persone di quanto loro potranno mai immaginare. E, è devastante, pensare che, per una distrazione, ora si ha in mano la vita di una persona. E’ una responsabilità che io non voglio, un gioco per il quale non vale la pena di soffrire. E, a parte tutto ciò, io non mi merito un amore a metà. E scrivo queste cose serenamente, consapevole di chi le potrebbe leggere.

Sabato, I festeggiamenti.

Si è laureata nostra figlia, il 27. Sabato la festa e noi, al solito, discrete e sobrie. Da ricordare (le memorie complete le ha già redatte Thelma): le magliette della cena delle medie, i ragazzini che limonano in mezzo alla pista, le mascherine da scambisti, la posse che si diverte moltissimo, i ragazzi con i pantaloni bianchi, noi deliranti e divertenti. Una colazione a due, due amiche, in cui un morso ad un pasta ed una parola sulla vita sono le chiacchere più belle.

Domenica, Sinceritààààà. (sottotitolo, Arisa in Sincerità dice cose più intelligenti -cit-)

Allora, la prossima volta che voglio fare la donna con le palle e, ad un uomo che mi dice “Vorrei spiegarti, ma forse ora non è il momento”, rispondo “No, no… adesso invece me lo dici, perchè ti sei comportato di merda”, ecco, vi prego fermatemi. Perchè poi mi capita davvero quello che mi dice, con una delicatezza proverbiale, che non voleva comportarsi così, che, anche se all’inizio sono stata io a farlo soffrire, assolutamente non è una vendetta questa, ma sai… ha conosciuto una donna così splendida, meravigliosa, fantastica, che gli ha scaravoltato la vita… e via di fiumi felicità per giustificare l’essere scomparso senza nemmeno farmi gli auguri il giorno del mio compleanno. E io dico, giusto, ci sta che tu abbia conosciuto Dio in terra e ora ti dedichi solo a lei, ma, siamo sinceri davvero allora, e diciamo che fino a qualche giorno prima del 27 mi hai abbindolato con le tue balle sul ‘non ne sono sicuro, ci devo pensare, a noi… al vedersi…’ e si sa che non si parlava di amicizia… Era proprio necessario portare avanti questa situazione logorante fino al sentirmi dire ‘scusa eh, grazie mille, ti voglio bene,  ma ci ho pensato, e provo ad essere felice con un’altra’? Tanto, lo sapevi anche da prima… lo sapevo già io, figurati se non lo sapevi già tu. E allora sai cosa penso? Penso che tu, dandomi quelle spiegazioni che io comunque non ti avevo chiesto, cercavi un’estrema unzione per andare in pace, senza pesi sulla coscienza, e io invece non te la do… perchè non ti credo, quando mi dici che speri che io sia felice. E non ti cancellerò dalla mia vita. Ma, piuttosto, spero che tu sia felice e che non ti rammaricherai mai di aver perso qualcosa.

Domenica, tempo secondo, Milano e il sole.

Il w-e cominciava veramente ad essere pesantuccio. Era ora di partire. E quindi, mini valigina, e via, su con Thelma a Milano. Un viaggio in treno, in un vagone pieno di gente, e parlare delle nostre vite e un ragazzo che, scendendo, ci dice: “Ma, voi ragazze, parlate sempre così tra di voi?! No, perchè… caspita, istruttivo. E, soprattutto, non vorrei essere nei vostri ragazzi!” EhEhEh… A parte che, fatti pure i fatti nostri, e poi, vecchio… parliamo molto molto peggio, generalmente. Una serata leggera di passi su marciapiedi stranieri, passando per Moscova, che sembra una piccola Praga, un aperitivo, una pizza, qualche goccia che ci bagna il nasino, e tutto va subito meglio. E pensi che di tante cose non ne hai bisogno. Non hai bisogno di essere un’amante, non hai bisogno di sentire delle pallide scuse, non hai bisogno di saltare da una discoteca all’altra sperando di incontrare Lui, che si è di nuovo lasciato con la fidanzata, che magari, per sbaglio, stasera, invece di scoparsene un’altra si scopa te. Di tutto questo, quando invece hai ancora la capacità di stupirti per un pezzo di mondo non visto o di apprazzare il profumo dell’aria serale, e soprattutto, la capacità di volerti ancora molto bene, non ne hai davvero bisogno.

 

Infine, change your heart.

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