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Ah! Dimenticavo…

Volevo precisare che non sono in una nuova fase new age, flower power, non ho iniziato con l’eroina, nè Madre Teresa o qualche altro tizio in abito lungo mi ha folgorato sulla strada di Damasco. Semplicemente, forse per differenza o sfinimento perchè ne ho avuto troppo io in passato, non sopporto più il rotolarsi nel mal de vivre. E non è difficile provare a essere felici, sapete? Basta volerlo.
Perchè non abbiamo tempo da perdere, noi. Il tempo non ci aspetta, stiamo facendo un viaggio meravigioso, ed è bello perdersi a guardare il paesaggio o a fare il bagno in una caletta nascosta, non rimanere in macchina aspettando solo di arrivare a destinazione.

ps. e, detto tra noi, i piagnistei del vorrei non vorrei ma se vuoi hanno anche rotto i coglioni.

Little Miss Sunshine

“Dove sei, little miss sunshine?
Torna a risplendere nei nostri cieli, qui c’è grigio e non ci si diverte più.”

E’ una settimana che, ogni giorno, mi siedo davanti al pc, apro wordpress e inizio a scrivere un post. Poi, inevitabilmente, premo svogliatamente sul tasto Canc e chiudo. Vorrei raccontare della vacanza con Thelma e la Paolita, delle storie sceme che mi capitano e mi vengono in mente la partenza da zingare, Thelma che nasconde il navigatore in silenzioso sotto la borsa, la Paola in modalità autistica dietro, il mio cattivo umore intermittente, Thelma e il suo irrefrenabile bisogno di parlare di prima mattina, “Paola? Paola, dormi?”, io negra, Otranto e il testacoda sull’ultimo tornante, Lecce e la carezzevole luce crepuscolare, la città scevra di ogni forma di gioventù, i due scemi dell’ultima cena, il Trentino, le ciabatte e le ciabattate mancate. Una settimana bella, con due persone che amo. Le due righe iniziali me le ha scritte Thelma, appena tornate. Le mie amiche non mi riconoscono più. E’ vero, è stata una settimana bella, ma io non c’ero. O meglio, non c’era la parte bella di me, si era persa e non so dove. E’ rimasta la me arrabbiata, quella che non ha scopi, quella degli eccessi, della follia, dell’alcol, del presuntuoso sarcasmo. Passo giornate a chiedermi cosa sarà di me e della mia vita, dove ho sbagliato. Mi sento un sacco vuoto incapace di prendere una strada. Intimamente, un flutto, una spinta alla vita intinta in una punta di cattiveria che mi porta a vivere la mia vita separata, l’egoistico bisogno di sapere che chi mi ama soffre la mia mancanza, che mi vorrebbe più insieme, una spinta di autoconservazione che mi sta portando alla deriva. Leggo. Guardo i pezzi sparsi della mia vita sul parquet scuro di camera mia. Le havaianas comprate appena prima di partire, le mie scarpe firmate abbandonate tra il tappeto e il letto, una pila di libri a terra, la bottiglia d’acqua a fianco, la specchiera che ospita qualche foto vecchia, le bottiglie dei profumi, le creme, il talco da donna d’altri tempi, orecchini, bracciali, collane sparsi, mischiati, il libretto dell’università incastrato con finta noncuranza tra la bottiglia di Dom Perignon Vintage vuota e un vecchio cimelio d’ottone di mia madre, nel ripiano sotto ancora libri, un reggiseno di pizzo rosso riverso sopra di essi, gli occhiali da sole, a fianco, un deodorante, la pochette usata venerdì notte. La mia stanza è sempre stata un grande romantico magazzino di cose, ricordi, biglietti, oggetti, indumenti, appoggiati lì, a caso, come e ricordarmi di essere sempre di passaggio, non un posto fatto per starvi. Un perpetuo non sapere dove. Il fatto è che mi sono sempre vista in una certa maniera, ho voluto creare un’immagine di me, del lavoro che avrei voluto fare, che ho perso, o meglio, ho lasciato, perciò ora non so più chi sono, chi vorrei diventare e questo mi fa tremendamente incazzare. Non posso sentirmi così impotente nei confronti di me stessa. Nei confronti dell’università è svanita totalmente la motivazione, ormai si laureano anche gli analfabeti, so che è sbagliato, ma sento come totalmente futile un titolo che viene dato a chi scrive 20 pagine sgrammaticate a caso dopo aver infilato una serie di 18, al massimo qualche 22, per culo. Io il mio percorso l’ho fatto, i miei esami su cui ho meditato, che ho digerito, che ho sostenuto a pieni voti, li ho fatti, ora quest’ultimo passo non so se lo voglio fare, non credo, sinceramente di averne bisogno. Ho bisogno di capire cosa valgo. E se finora non ho concluso praticamente nulla forse è perchè ho sbagliato strada, per una sorta di testardaggine ottusa. La stessa caparbietà che mi ha portato, in questi ultimi due anni, a cercare di radunare tutti i pezzi insieme, da sola, come quando hai mille cose da trasportare e cingi tutto tra le braccia, anche se è evidentemente troppo, e non vuoi aiuto e non consideri nemmeno l’idea di pensare ad un metodo diverso e poi appena ti muovi inizia a caderti qualcosa da destra e poi ti chini per raccoglierla e te ne cadono altre tre dalla cima della pila, e perdi solo un sacco di tempo. E allora ricomincerò dalla parte opposta. Così non mi riconosco, non sono felice, e, sopratutto, non riesco più a rendere felici le persone che amo. Perciò proverò a rovescio, facendo ciò che mai avrei immaginato di fare, un lavoro impensato, nuovi stimoli, persone diverse. Prenderò la strada opposta, come cercando l’uscita di un labirinto. Intanto domani pomeriggio ho un colloquio. E oggi, sotto questa pioggia purificatrice,  ritorno a splendere. Da oggi racconto un’altra storia.

impermeabile

Questo week-end è impermeabile. Un motivo per essere triste, molto triste, l’avrei. E’ uno di quei motivi per cui, forse, in una notte qualsiasi avrei pianto. Ma questo è il mio week-end e nulla può rovinarlo. E’ come d’estate, quando piove tantissimo e tu corri sotto la pioggia con la giacca sulla testa, se sei felice è come se non piovesse. Avrò tempo per sentire la mancanza e avere voglia di chiamare. Oggi, ho solo voglia di pensare a me. E a quanto ci si sente leggeri con tre amici, di ritorno da una bellissima serata, con le dita unte dal gnocco di Alberga, canticchiando una canzoncina.

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