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Today is a good day

Buongiorno Mondo!

Scrivo in direttissima dal mio ufficino nuovo. Mi ci sono insediata oggi, per la prima volta. Ho fatto conoscenza con i miei spazi, mi sono presentata con i ripiani dell’armadio, litigato un po’ con le porte usb, calibrato la sedia su misura, sparso un po’ di roba sulla scrivania per creare un po’ di disordine.. C’è un sileeeeenzio, sarà il caso che mi faccia degli amici immaginari. A parte la mia condizione da eremita, sono contenta. Oggi ho preso il mio primo Brava! ed, effettivamente, me lo meritavo. Qundi, a parte la vecchia acida, è tutto abbastanza perfetto.
Ripensavo anche al w-e appena finito.
Venerdì, Il Concertone. Da bravi sorcini, io e il mio fido scudiero Marty, ci siamo avventurati in quel di Bologna per vedere il Renatone Zero. Un oceano di gente. Lui, fantastico. Un one man show che alterna momenti di burlesque poeticamente eccessivo a punte di lirismo assoluto ad atmosfere torbide di ricordi e di aria pesante di fumo e alcool, da club agli sgoccioli della notte, agli sgoccioli di umanità, e canta passeggiando per i vicoli del mondo, salutando un vecchio, pregando la luna, carezzando un gatto. Intenso, trionfante, nostalgico, passato e presente.
Sabato. Snoopy. Again, not yet. Un delirio di tentativi di stupro, black-out, risse sfiorate, giovani uomini che soffrono, quelli che mancano, che sono a scegliere il loro palliativo. Ah, in tutto questo, mi sembra giusto dirvi che la dietologa mi ha interdetto l’uso di alcolici, tutti gli alcolici. Quindi ho assistito a questo scenario post-atomico con all’attivo due coca-cole, tragicamente sobria. Questo mi ha dato moltissimo (ma mai quanto per l’affaire 14/11) e mi ha fatto pensare, tornando, mentre litigavo al telefono con un ubriaco che aveva dimenticato le chiavi nella mia borsetta, che io, alla fine, snobismi a parte, mi diverto sempre e comunque dappertutto. Sinceramente. Anche nella serata più trash, anche se la Paolieci mi trascina ad una cena volgar-chic con tre Pr, un Dj cocainomane, un fotografo sfigato e quattro puttane cheap.
E anche se sabato sono andata a letto con la pioggia nel cuore, per il mio sentirmi sempre diversa e un po’ fuori posto, per il non capire dove si ama, non importa molto.
Today, is a good day.

Solo per me

Poco fa, Lei, si preparava, agitatissima, per un appuntamento dei sogni, e, salutandomi diceva goditi la tua serata per volerti bene.
Così mi vorrò bene, stasera, e scriverò solo per me.
Penso a questi primi 10 giorni di lavoro. Tante piccole vittorie. Ho imparato che il pulsante dell’apriporta è quello centrale, che le persone che lavorano da tanti anni a volte sono stanche e spente, ma non sempre, che l’impiegata è ipocondriaca, che se vorrò farcela dovrò sudare tantissimo, che forse un pochino di soggezione negli uomini la metto, che un sorriso distende ogni tensione, che il caffè della macchinetta fa schifo, come tutti i caffè di tutte le macchinette di tutte le aziende del mondo. Ero più stanca quando stavo a casa a fare niente, a leggere e a deprimermi. Ora le giornate sono leggere e profumate di novità. Amo vedermi bella la mattina presto, scegliere cosa mettere con cura, uscire al freddo pungente e fermarmi a comprare il giornale prima di entrare in ufficio. Mi piace costruirmi come mi piacerò.
Penso anche che sono fiera di me, perchè so amare. Disperatamente, in maniera assurda e dolorosa. Ma non ne ho più paura. Non ho paura di una corsa folle alle sei del mattino solo per incontrare uno sguardo che dopo poco se ne andrà. Siamo destinati a perderci, noi. Un amore terribile.
e non c’è niente,
non ci sarà mai niente
che non sia stato, prima,
nel cuore.
E credo che sia bellissimo stare attorno ad un brutto tavolo coperto di birre, seduti su un divanetto rotto, rattoppato con gli asciugamani della Dreher, a ridere di una storia di sesso ridicola, a ridere di una storia di sesso triste. E capire la differenza che c’è tra il bene che ti vogliono gli amici, quando ti vedono con gli occhi diversi e opachi e persa, e la mancanza che sei tu, che nella mia vita non sei.

C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole. Però, vabè, può anche succedere che qualche sogno non si avveri, non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione, nel medesimo momento per un sogno e per una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a chi dar ragione e la felicità è, invece, poter abitare queste due stanze separatamente e voler bene sia alla realtà che al sogno, insieme o divise.
(R. Vecchioni)

Solitudini

Buonasera Mondo.

Voglio solo lasciarti qualche pensiero notturno, ora. Sono rientrata venerdì dal corso per diventare grandi nella metropoli e, in effetti, un pochino lo sono diventata. In chiusura, venerdì sera, il formatore ha detto una dei quelle frasi retoriche che però fanno effetto Non occorre essere grandi per cominciare, ma occorre cominciare per fare una grande cosa. Alla vostra grande occasione. E a me è venuto da piangere, ma non una delle mie solite crisi isteriche da psicolabile, dopo, sul taxi che tagliava sgarbato una tranquilla Milano prefestiva, ho sentito la certezza, erano lacrime di gioia, perchè, dopo tanto, ho capito di potercela fare, che, forse, ero brava davvero. Questo non è il mio sogno, ma è una vita bella.

Poi sono tornata, serena, alla mia piccina città. Un sabato circandata dalle mie amiche. Risate, drink, tacchi alti, sorrisi sinceri, la discoteca del cuore. Un incontro un po’ troppo forte, come è stato definito. La paura di una possibile dipendenza. Palpebre che sbattono piano assordate dal rumore del cuore.

Va tutto davvero bene.

Vorrei solo poterlo condividere con un abbraccio che mi aspetta la sera, che abbia voglia di portarmi al cinema e che non si stanchi mai di vedermi sorridere. Che domani ricordi il profumo di cui la notte si nutre.

 

Le Grandi Solitudini

Sempre così suonano tutti i bicchieri
Poi le donne e gli amici si vestono in fretta e io gli ascolto i motori
Se ne vanno lasciando il silenzio tra la cenere di un venerdì
Mezzanotte tra i piatti di carta e la bottiglia di gin
Si può morire così sbranati dal desiderio

In questa notte d’estate che esplode di luci e ci incanta il pensiero
Il mio sole è lontano ma sì ogni sole si accende da qui
Di fedele mi restano gli occhi e questa camicia che ho
Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
E staccano i telefoni, tu chiama col cuore se vuoi
E immagino quel brivido quando torno a vivere negli angoli di un corpo diverso dal mio
E il giorno scivola via la faccia sul marciapiedi
Siamo navi partenti ma quale bandiera siamo sempre stranieri
Ma balliamo da soli lo stesso aspettando il miraggio di un sì
Ci va bene un amore anche espresso solo scaldato così
Le grandi solitudini se arrivano a sfiorarsi, lo so
Si spogliano in un attimo e via
Daremo fuoco a questa signora la notte
Che esplode dentro all’anima qui e ci scrive la storia di noi

Siamo un passo di tango, di samba, un fandango, uno sputo d’eroi
Ma fingiamo di amare lo stesso, anche un’ombra che passi di qui
Nascondendo in un grumo di sesso di un vuoto pieno di sì

Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
Ma siamo teneri, lo so, dimenticati però
Le grandi solitudini se arrivano a toccarsi lo sai
Non bastano i telefoni del mondo per dire tutto di noi
Tutto di noi.

E poi vedremo come andrà.

Dopo aver avvertito le persone più care, eccomi a voi, diletti lettori. Solo per dirvi che… ce l’ho fatta. Si, quel colloquio, ricordate? Selezioni pesissime e, mi hanno presa.

Grazie a tutti.

Perchè la mia vita senza le parole, le immagini, gli amici migliori, non sarebbe così bella, io non sarei così piena.

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“Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh! “

(On the road – J. Kerouac)

Little Miss Sunshine

“Dove sei, little miss sunshine?
Torna a risplendere nei nostri cieli, qui c’è grigio e non ci si diverte più.”

E’ una settimana che, ogni giorno, mi siedo davanti al pc, apro wordpress e inizio a scrivere un post. Poi, inevitabilmente, premo svogliatamente sul tasto Canc e chiudo. Vorrei raccontare della vacanza con Thelma e la Paolita, delle storie sceme che mi capitano e mi vengono in mente la partenza da zingare, Thelma che nasconde il navigatore in silenzioso sotto la borsa, la Paola in modalità autistica dietro, il mio cattivo umore intermittente, Thelma e il suo irrefrenabile bisogno di parlare di prima mattina, “Paola? Paola, dormi?”, io negra, Otranto e il testacoda sull’ultimo tornante, Lecce e la carezzevole luce crepuscolare, la città scevra di ogni forma di gioventù, i due scemi dell’ultima cena, il Trentino, le ciabatte e le ciabattate mancate. Una settimana bella, con due persone che amo. Le due righe iniziali me le ha scritte Thelma, appena tornate. Le mie amiche non mi riconoscono più. E’ vero, è stata una settimana bella, ma io non c’ero. O meglio, non c’era la parte bella di me, si era persa e non so dove. E’ rimasta la me arrabbiata, quella che non ha scopi, quella degli eccessi, della follia, dell’alcol, del presuntuoso sarcasmo. Passo giornate a chiedermi cosa sarà di me e della mia vita, dove ho sbagliato. Mi sento un sacco vuoto incapace di prendere una strada. Intimamente, un flutto, una spinta alla vita intinta in una punta di cattiveria che mi porta a vivere la mia vita separata, l’egoistico bisogno di sapere che chi mi ama soffre la mia mancanza, che mi vorrebbe più insieme, una spinta di autoconservazione che mi sta portando alla deriva. Leggo. Guardo i pezzi sparsi della mia vita sul parquet scuro di camera mia. Le havaianas comprate appena prima di partire, le mie scarpe firmate abbandonate tra il tappeto e il letto, una pila di libri a terra, la bottiglia d’acqua a fianco, la specchiera che ospita qualche foto vecchia, le bottiglie dei profumi, le creme, il talco da donna d’altri tempi, orecchini, bracciali, collane sparsi, mischiati, il libretto dell’università incastrato con finta noncuranza tra la bottiglia di Dom Perignon Vintage vuota e un vecchio cimelio d’ottone di mia madre, nel ripiano sotto ancora libri, un reggiseno di pizzo rosso riverso sopra di essi, gli occhiali da sole, a fianco, un deodorante, la pochette usata venerdì notte. La mia stanza è sempre stata un grande romantico magazzino di cose, ricordi, biglietti, oggetti, indumenti, appoggiati lì, a caso, come e ricordarmi di essere sempre di passaggio, non un posto fatto per starvi. Un perpetuo non sapere dove. Il fatto è che mi sono sempre vista in una certa maniera, ho voluto creare un’immagine di me, del lavoro che avrei voluto fare, che ho perso, o meglio, ho lasciato, perciò ora non so più chi sono, chi vorrei diventare e questo mi fa tremendamente incazzare. Non posso sentirmi così impotente nei confronti di me stessa. Nei confronti dell’università è svanita totalmente la motivazione, ormai si laureano anche gli analfabeti, so che è sbagliato, ma sento come totalmente futile un titolo che viene dato a chi scrive 20 pagine sgrammaticate a caso dopo aver infilato una serie di 18, al massimo qualche 22, per culo. Io il mio percorso l’ho fatto, i miei esami su cui ho meditato, che ho digerito, che ho sostenuto a pieni voti, li ho fatti, ora quest’ultimo passo non so se lo voglio fare, non credo, sinceramente di averne bisogno. Ho bisogno di capire cosa valgo. E se finora non ho concluso praticamente nulla forse è perchè ho sbagliato strada, per una sorta di testardaggine ottusa. La stessa caparbietà che mi ha portato, in questi ultimi due anni, a cercare di radunare tutti i pezzi insieme, da sola, come quando hai mille cose da trasportare e cingi tutto tra le braccia, anche se è evidentemente troppo, e non vuoi aiuto e non consideri nemmeno l’idea di pensare ad un metodo diverso e poi appena ti muovi inizia a caderti qualcosa da destra e poi ti chini per raccoglierla e te ne cadono altre tre dalla cima della pila, e perdi solo un sacco di tempo. E allora ricomincerò dalla parte opposta. Così non mi riconosco, non sono felice, e, sopratutto, non riesco più a rendere felici le persone che amo. Perciò proverò a rovescio, facendo ciò che mai avrei immaginato di fare, un lavoro impensato, nuovi stimoli, persone diverse. Prenderò la strada opposta, come cercando l’uscita di un labirinto. Intanto domani pomeriggio ho un colloquio. E oggi, sotto questa pioggia purificatrice,  ritorno a splendere. Da oggi racconto un’altra storia.

Riassunto delle puntate precedenti.

Non mi ero resa conto di quanto tempo fosse passato dal mio ultimo post fin quando non ho aperto la bacheca di wordpress e ho trovato un alert che diceva: “Ma che cazzo di fine hai fatto?!”. Sono vergognosa, I know. Perciò preoseguo con il riassunto delle puntate precedenti.

 

Punti di vista.

Quesito: meglio una magnazza di unto emiliano alla trattoria La Padella in una tragica provincia, in cui le zanzare hanno il racket dei parcheggi in riva ai fossi, con il parentado (e gli amici dell’alfa 33) della tua fidanzata, seguita da un tavolo di compleanno in discoteca per tua figlia che cresce, condiviso con un branco di cocainomani antipatici e maleducati che termina con il coglione di turno che ha perso il controllo degli arti e ti lancia un vodkaredbull INTERO sul vestito, oppure, uno stylosissimo sabato sera in lungo a Firenze, con cena a buffet sulla terrazza di un’elegantissimo hotel dal quale si domina un’incantevole vista della città, circondate da uomini di incredibile bellezza? Beh, considerato che alla festa dei sogni gli etero erano, forse, quattro, è decisamente meglio il venerdì sera trucido. Almeno si torna a casa incazzate e non con le ovaie doloranti e istigate alla masturbazione.

 

Vacanze Romane.

Ma facciamo un passo indietro. Dove sono finita la scorsa settimana, tutti si staranno ansiosamente chiedendo… Ebbene, la vostra eroina è fuggita per una quattro giorni semi-lavorativa nella Capitale. Sentivo la necessità fisica di staccare un po’, di cambiare aria, di sentirmi trasportata altrove. Nei pochi momenti liberi ho passeggiato sola tra il Colosseo e Villa Borghese, sfiorando piazza Venezia, incantandomi davanti al Pantheon. Mi sono seduta all’ombra del colonnato di San Pietro e ho pensato che girare da sola una città così ha un gusto diverso, magico. Non ero una turista, ma una donna che cammina, accompagnata da una melodia maliconica e dal profumo di estate coloniale. Innamorata di una bellezza senza tempo. Poi c’è il lavoro. Dovete sapere che nel periodo estivo mi occupo di animazione (eh beh… già che sono pagliaccia almeno ne faccio una rendita), perciò mi sono lanciata a Roma, sede del tour-operator per il quale lavoro e città di residenza della maggior parte degli animatori che partirà con noi quest’anno, per programmare il soggiorno. Quindi delle gran mangiate ( perchè a Roma ‘se magnna!’) e bevute in compagnia, condite con la serietà necessaria per discutere su come fare passare a 150 ragazzini 15 giorni indimenticabili. Questo lavoro mi riempie di gioia, sapete? Sarà transitorio, qualcuno lo riterrà poco prestigioso o umile, forse è anche è vero, ma voi non potete capire cosa significhi lavorare per rendere felici i ragazzi. Non è tanto cosa si va a fare o quanto ci si diverte, ma il perchè si è lì. Si fa così presto a dire che i 17enni d’oggi non hanno più valori, non hanno più sogni, sono solo ingrati e maleducati e spesso è anche vero, lo diventano. Ma perchè lo diventano? E sopratutto, se i genitori troppo impegnati tra la palestra e il corso di latino-americani se ne fregano, perchè non provare a fare qualcosa? Hanno solo il disperato bisogno di qualcuno che dia loro delle regole e che li ascolti. Si sentono invisibili, per questo soffrono. E ognuno ha il proprio modo di dimostrare la sofferenza, chi si chiude, chi mette una maschera, chi infila una cazzata dopo l’altra. Noi, che abbiamo pochi anni più di loro e ci siamo appena usciti dall’adolescenza, noi che ce lo ricordiamo ancora il conflitto con i genitori, la scuola, le droghe, gli amori difficili, perchè non tendere una mano? Loro sono il futuro, un futuro impaurito. Anche noi quasi trentenni abbiamo le nostre di paure, che a volte sembrano giganti, allora, creare relazioni, forse può aiutare tutti. Provate a raccontare un vostro fantasma ad un 16enne, vi darà la soluzione che voi non riuscite a vedere. Amo questo lavoro perchè non lascia soli, non abbandona, sicuramente non sarà il lavoro della mia vita, ma di certo arricchisce molto più di altri impieghi diciamo.. più glamour.

 

ps. lei, in un leggero pomeriggio di giugno, contemplava, sola, fontana di Trevi… d’un tratto un uomo, affascinato, la avvicino è le rivolse queste parole “signorina, ma quanto è bella… è per caso incinta?”. INCINTA?! Ma sei scemo? Vai via… VELOCE.

Ma, come vi conoscete voi due?

Oggi primo giorno del nuovo lavoretto. Tutto bene, collega simpatica. Chiaccheriamo un po’, mi pare di capire che sia fidanzata e che il fidanzato sbadato e un po’ assillante abbia lasciato per sbaglio portafogli e occhiali da sole in macchina da lei. Niente di rilevante, ordinari cazzi altrui. Ma è lì che si apposta, malvagia, la scena madre. Passa qualche ora e, in un momento in cui la collega è in magazzino, vedo sbucare, ignaro, un mio famoso ex fidanzato (meglio noto alle cronache come Lupin o Il Rapinatore, chi è al corrente può già iniziare a ridere). Bene. Con una nota di stupore mio, ed imbarazzo suo, ci salutiamo. Lui: “Cosa fai qui?” Io: “Lavoro, tu?” … Nello stesso istante esce la mia collega, che esclama: “Ah, Vale, ecco IL MIO MOROSO!” Molto bene. Io viola. Lui muto. E lei: “Ma com’è che vi conoscete voi due?!”. Io riesco a malapena a sfoderare un tragico e plastico sorriso. E lui, praticamente balbettando: “Eh… uscivamo insieme qualche anno fa…”. Grazie vecchio, mi metti in una bella situzione, devo solo starci in negozio fino a giugno! Far finta di niente, no eh? E speriamo che non mi chieda perchè ci siamo lasciati…

Piesse: a parte la scena imbarazzante, è stato strano. E’ come se mi si fosse aperta una sliding door su una mia vita possibile. E per la prima volta ho capito cosa significa essere felice per la serenità di una persona a cui si è voluto molto bene. Ha un lavoro, ha trovato una ragazza che lo ha messo a posto, tutte cose che 5anni fa non credevo possibili, a dire il vero lo immaginavo o morto in qualche tragico e assurdo incidente o in clinica per overdose o in cercere… invece.

pensandoci

pensandoci, io non sono felice.

cioè, non che sia sull’orlo del suicidio, ma nemmeno Felice. ed è così da un po’. alterno momenti di serenità (o menefreghismo), euforia, a momenti apatici, terribilmente opachi. e cerco di barcamenarmi nel caos della mia vita, il più delle volte fecendo ancora più casino. ci penso spesso al perchè non riesco ad essere felice e non so darmi una risposta. se, guardando la mia vita da fuori, dovessi dire di che colore è, non saprei rispondere. vedo mille colori diversi, alcuni accesissimi, altri terribilmente insulsi, e nemmeno posizionati, non so, a righette o in un elegante principe di galles, no, buttati così alla rinfusa, a rincorrersi l’uno con l’altro. è affascinante, lo ammetto. io stessa un po’ lo amo il mio modo folle di vivere, ma se così non sono felice e non ho mai provato a cambiare punto di vista, significa che qualcosa non va, che, forse, ho rotto un equilibrio, e il problema va affrontato in un’altra maniera… 

allora, pensandoci, cosa amo fare? cosa mi da la carica? sicuramente le novità. una nuova sfida, un nuovo progetto. allora, il mio problema è sempre stato quello di iniziare mille cose e portarne a termine mezza, perchè mi appassiono a tutto ciò che inizio a fare e trascuro il resto, poi passo di palo in frasca.. insomma un casino. quindi, forse il problema è mettere un po’ d’ordine. per costruire una casina nuova prima bisogna pulire le ceneri di quella vecchia, se no è un paciugo, no? ok, allora forse è il caso di chiudere un po’ di parentesi. prima di tutto la laurea. lo devo fare. per me. poi non ho ancora deciso cosa farò da grande, ma quello, cazzo, lo devo fare. manca troppo poco per mollare ora. e devo farlo in fretta. questo porta ad una importante conseguenza: devo cambiare lavoro. non fraintendetemi, fare l’educatrice mi piace molto e, non escludo che, in un futuro, potrei anche considerare di lavorare a scuola in maniera continuata, ma ora non è il momento, ora ho bisogno di un lavoretto esecutivo, che non mi dia troppe responsabilità e che mi permetta di mantenere i miei viziacci. e nel frattempo correre un po’ per finire l’università. poi si vedrà, poi potrò scegliere, poi avrò tutto davanti. ma questo intanto va chiuso. penso sia un buon inizio.

poi, situazione sentimenti: tragica. bene. su questo non c’è un gran che da parlare, sono piuttosto serena nel senso che penso che sia un fiume che debba essere lasciato scorrere. ho tante cose da lavare via, forse ci vorrà un pochino prima di fermarsi a prendere un po’ di sole al caldo di una roccia, ma è così che deve andare. come mi disse un amico molto dolce e intelligente qualche tempo fa: “è che sei ancora troppo incasinata. è come quando vuoi invitare un ospite molto importante e hai la casa sotto sopra. non lo chiami finchè non hai riassettato tutto, non lo vuoi far entrare se non lo puoi trattare al meglio“. subito mi ha fatto un po’ male questa frase, ma è così. e le cose vengono da sè e le storie scelgono noi. è vero, ho fatto un incontro incredibile, di quelli che tolgono il fiato (e non mi importa che lui lo legga, non me ne vergogno), ma forse non è ancora il nostro momento o non lo sarà mai, questo non lo posso dire, ma posso certamente dire che, se non riusciamo prima a gestire noi stessi, insieme sarebbe un disastro. è solo un peccato, perchè non capita proprio tutti i giorni e poi… insomma, le persone si dimenticano, purtroppo. non lo so, vedremo. il fiume scorrerà e noi con lui e, chissà, forse riposizionerà le cose in maniera sorprendente.

intanto, oggi, mentre mi annoiavo terribilmente in biblioteca, mi è arrivata un’offerta di lavoro, l’ho presa come un segno.

a presto tutti.

grazie per avermi letto, anche stasera.

 

Ps: il mio stato di oggi non lo esprimo in cuoricini verdi, come al solito, il mio stato di oggi  è più un guardare dall’alto la campagna gelata, col sole all’altezza degl’occhi  e non vedere l’orizzonte, ma sentire il vento fresco e pungente sulle guance.

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