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Piccole dolcezze quotidiane

Oggi pensavo a cosa mi fa sorridere ogni giorno.
La giornata, ovviamente, iniziata con la consueta, noiosissima, meditazione del mattino riguardo al ecco, vedi, as usual, nel cellulare nessun messaggio, non dico emozionante, ma almeno degno di nota insomma, le depressioni tipiche da chi è sola a un po’. Quindi arrivo in ufficio, ancora addormenta, traballate sui tacchi, accendo il pc e, insieme alle futilities, scarico la consueta newsletter di Milano Finanza che, in coda, ad augurarmi il buongiorno, aveva questo…

Non siate solo stendardi
ma anche terra presente.
Non siate solo musica
ma anche silenzio di perla.
Non perdete mai il contatto
del vostro cammino:
ricordatevi che il sangue si ferma
perchè non vuole parlare.
(Alda Merini)

E questo piccolo pensiero, inviato di default a mille manager stressati, a me un po’ basta, per respirare. Perchè la bellezza è vita.
E mi piace e mi fa sorridere lo scegliere le parole migliori per dire qualcosa di semplice, per regalare un attimo piacevole a chi mi legge.
Adoro sentire le persone che amo per dire sciocchezze. La mattina, in macchina, mi lascio avvogere dal calore del riscaldamento mentre cerco la canzone del giorno, alla radio. Mi piace frugare nella borsa saltando dai guantini alla pochette del trucco per arrivare alla scatolina dal gustò retrò delle caramelle che fa sorridere tutti quelli a cui le offro. Dico ancora Buongiorno e Buonanotte, alle persone, davvero, non come intercalare. Accolgo, come fosse un rito, le gocce di profumo sul collo . Dono pensieri, non solo parole.
E anche tu, mio caro Blog, sei una dolcezza. Un prendermi cura della mia anima che ultimamente faccio poco, non ti parlo di rado e spero che tu non ne sia dispiacuto. Spero che tu sappia che forse ho meno tempo, ma non mi sto trascurando. Anzi, mi sto coltivando, perchè voglio essere perfetta per chi c’è e per chi arriverà, al momento in cui arriverà. Desidero piacermi, nel puro godimento estetico e in ciò che posso fare per chi mi è accanto.
E, cullandomi in questi pensieri, capisco che la differenza la facciamo solo noi. E’ avere il sole dentro che scalda i sorrisi. E che, poi, tutto sommato, la mia vita va avanti uguale, con le serate folli, gli aperitivi chic, le cene, il sesso, il cinema, il lavoro, i bei libri, gli amici, i genitori, ma, è vedere, in mezzo a tutto ciò, dentro a tutto ciò, tante minuscole stelle scintillanti, che fa la differenza. Come, la notte, d’estate, essere sdraiati oppure stare ad ascoltare il canto di mille grilli.

Le cose che abbiamo in comune.

Lei quella sera si preparò non con particolare precisione, era di fretta, aveva dovuto giostrarsi tra un aperitivo con una amica e una corsa dell’estetista, poi non stava bene, non si sentiva abbastanza bella da dedicarsi troppo tempo davanti allo specchio. Si guardò fugacemente allo specchietto della macchina mentre correva sulla strada buia che la riportava in città, tutto sommato si piaceva, e comunque, era perfetta per un venerdì che non prometteva nulla se non due calici di champagne tra due amiche che non si parlano da un po’ e una festa a cui non aveva voglia di andare.

I discorsi, davanti a quei due bicchieri, scorsero superficiali e dolci. Avrebbe voluto parlare di più, a quella amica, di cui aveva condiviso un dolore, qualche tempo prima, ma a volte sentiva un muro di cristallo tra lei e lei persone, anche le più care, e allora le riusciva impossibile anche il minimo avvicinamento emotivo. Così, la buttava sull’ironico, ed era felice di riuscire comunque a scaldare quel piccolo fragile cuore, anche se solo per un momento, un momento che scoppiava poco dopo, come una bollicina persa nel vino frizzante. Lui, intanto era lì, come al solito tra il bancone e la cassa, tra i clienti a cui sorridere e i pensieri. Non si era accorto subito del loro ingresso quella sera, stettero un istante sulla porta, in attesa. E lei un po’ ne fu delusa, come se avesse perso un po’ del suo magnetismo. Come se il suo profumo, a lui, quella sera non fosse arrivato. Poi, non appena lui la vide, andò verso li loro. Sorridente e agitato. O almeno, a lei era sempre sembrato così, agitato, quando si vedevano in pubblico, quando erano quasi estranei. “Prego, c’è un tavolo laggiù, arrivo subito con i vostri soliti bicchieri.” – o qualcosa di simile, il momento in cui si toccavano aveva sempre qualcosa di magico ed estraneo a tutto il resto che le distoglieva l’attenzione dai convenevoli. 

Fu subito l’ora di andare, si erano presi accordi per vedersi con le altre fuori dal locale della festa, inutilmente presto. Così ci fu solo il tempo per un fugace scambio di pensieri tra il bagno e la porta, osservati da orecchie maliziose, invidiose degli sguardi profondi, avide delle parole che non sentono. “Sei qui da solo, stasera?” – sibilò lei, che non aveva registrato la presenza della moglie. ”Si” – rispose, risoluto. “Allora ti posso mandare un messaggio tra poco?” – era obbligo accertarsi, le regole le stava imparando, ormai. “Un messaggio? E perchè non me lo dici ora?” – a volte lei si stupiva non della superficilità con cui le persone ascoltavano le sue parole, ma della complessità dei significati che ella stessa dava le cose, e lo faceva per puro piacere estetico. “Perchè non sarebbe la stessa cosa. Allora, fino a quando posso?” – dovette ripetere quel rito, già infastidita dal limite. “Ancora per una mezz’ora rimango qui, poi vado.” – e si guardo preoccupato intorno, il locale era ancora pieno. “Ok, hai la macchina?” – quell’ultima domanda le uscì fuori spontanea, violenta. “Sì” – non c’era altro da aggiungere.

Di lì a poco si trovò davanti a quella discoteca, circondata da personaggi discutibili. Si sentiva snob, scarcastica. Sopra la media, lei, che, in fondo era incompleta, non straordinariamente bella, intelligente sì, ma non ancora realizzata. Ma si era sempre sentita diversa, dal resto. Osservata, più che presente. Il messaggio, a lui, l’aveva già mandato da un po’ e intanto si era distratta conversando di tute alla moda ed economicamente newyorkesi. Diceva: se hai pazienza fino all’una ci vediamo da qualche parte per un buona notte un po’ particolare… Quella sera, così inaspettata, non aveva voglia di parlargli, di sfornare il discorsetto che avava minuziosamente preparato da una settimana a quella parte, Il Discorsetto che faceva più o meno “Io non sono fatta per essere un’amante. Non merito un amore a metà.” No, quella notte aveva solo voglia di fare l’amore. Era quello che avrebbe fatto. Squillò il telefono. Lui stava arrivando lì. Così, questa principessa persa, salutò le amiche, che, esaurita l’estenuante fila, stavano entrando e attese sulla strada, in quel parcheggio in cui una volta, molto tempo prima aveva amato disperatamente un altro uomo. Aspettava lì, in piedi, stretta nel suo tranch scuro. Si sentiva avvolta da un fascino misterioso, di chi non si aspetta un lieto fine, ma una tempesta di emozioni. Si sentiva guardata, come in un film. L’aria era fresca e soffiava un vento leggero. Lei era sempre stata innamorata del vento, credeva ci fosse qualcosa di romantico e tristemente caduco in quel nulla che muove i capelli lievemente e un attimo dopo li quieta. Si sentiva bellissima.

Lui arrivò. E lei corse verso la sua macchina infilandosì nell’abitacolo velocemente. Le piaceva molto, sì, doveva riconoscerlo ogni volta che lo rivedeva. Non avevano molto tempo. Si fermarono in una zona residenziale placida, per bene, a luci spente. Sapeva che avrebbero parlato, del resto era per quello che erano giunti fino a quel punto, le parole, quelle fregano sempre, belle, piene, vacue, stupide, zuccherine, intelligenti, il gioco lo conducono sempre loro. Ebbero una conversazione vuota e imbarazzata, come ogni volta, per i primi dieci minuti in cui erano soli. Lui, sembrava, avesse paura di toccarla. Lei, non fu così provocante come voleva. Piuttosto, a un certo punto, lo bloccò, nel bel mezzo di uno sterile discorso, e gli disse ciò che, confusamente, aveva provato a spiegare giorni prima. “Per che cosa stai rischiando? Tanto, lo sai che non possiamo stare insieme.” – lo sapevano entrambi che quanto di bello ci fosse tra loro non era abbastanza per sovvertire l’ordine di una vita. Lui diede una risposta confusa. E, senza guardarla, le disse che ormai le cose erano già complicate, e ora, cosa si poteva fare? Tornare forse indietro e fare finta di non essersi mai incontrati? Nel buio, squillò il suo telefono, era appoggiato al cruscotto, frontale, e lei così potè trovarsi di fronte a quel nome sul display, così gravemente sincero. C****. Era un nome da adulta, non da ragazza. Un nome serio, delle signore che portavano già le perle. Un’anziana amica di sua madre portava quel nome, e questo le recava un leggero senso di colpa. Il telefono squillò a vuoto. E poi, lui continuò, dicendo che il problema era la meta da raggiungere. Non era realmente quello, il problema, piuttosto, il come ci si sarebbe arrivati. A quel punto, lui disse ciò che la deluse più di ogni cosa: “Vedi, se per arrivare alla meta il percorso è lineare e tranquillo allora ne vale la pena, ma se ci si deve arrampicare in tornanti ripidi e rischiosi…allora non saprei…”. Non ne fu ferita perchè sperava che lui fosse già così innamorato di lei, sapete, ma piuttosto perchè aveva sempre follemente creduto nel combattere per ciò che si vuole, nel soffrirne, perchè l’amore era tormento e rinuncia ed era terribile ed era meraviglioso, le avevano narrato le eroine delle sorelle Brönte nelle sere di ragazzina, calde di piumone e libri. E poi, si guardarono, finalmente, per la prima volta dopo essersi detti quanto era assurda questa cosa tra di loro (che già chiamavano relazione, senza nemmeno accorgersene), e fecero finta di essersi guardati per la prima volta, senza sapere niente delle loro vite, conoscendo solo le proprie anime. Lui la strinse, e lei gli chiese un bacio. Era già l’ora di andare.

Lei portò a casa l’amica. Lui l’auto sotto casa. Ed erano ancora insieme, dopo venti minuti di realtà. La macchina giudata da lei sapeva di autoritario e confidenziale, mentre si dirigevano fuori città. Passarono sotto casa di lei, senza un motivo preciso, voleva forse regalargli un’immagine di intimità, mostragli il terrazzo dal quale guardava le stelle d’estate, il portico sotto il quale cenava con i suoi genitori, i fiori del suo giardino, che li guardavano, stupiti e complici, emozionati di sentirsi un po’ come in un “Sogno di una notte di mezza estate”. Poi trovarono un posto appartato, tra i cespugli, per stringersi e sentirsi di nuovo parte di un altro mondo. Fecero l’amore con una passione che aveva qualcosa di disperato, come ogni volta, con la fretta e la curiosità della prima volta, e la malinconia l’ultima. La radio suonava una canzone carina e avvolgente, quando lei appoggiò la testa sul suo petto, per poterlo vivere un secondo di più e avere il tempo di sentire il suo battito, almeno quella notte.

 

Il motivo della scrittura di un blog.

Il mio ultimo articolo ha scatenato l’ira funesta di un lettore che, evidentemente, si sentiva partecipe delle vicende narrate (‘fanculo il politically correct, è quello che non si è presentato al mio compleanno). L’accusa che mi ha fatto riflettere in seguito è stata: “Perchè pensi che legga ancora il tuo blog? Per sentire peste e corna su di me? Per goderne se sei arrabbiata?”. E qui, si apre un mondo, perchè vedete, per chi non conosce il padrone di casa e non è coinvolto nei racconti il problema non si pone, sceglie o meno di seguire un blog a seconda del gusto personale, ma, quando si tratta di lettori che, nella fattispecie, sono anche attori della sceneggiatura pubblicata, allora lì nascono i tafferugli. Perchè, molto spesso, coloro i quali seguono un blog in cui sono coinvolti lo fanno per trovarvi ciò che loro si aspetterebbero. E se poi così non accade ci rimangono anche male. Allora, la domanda è: “Qual è il motivo della scrittura di un blog?”. Lo si fa per compiacere i lettori? Così da non incrinare rapporti, da uscirne sempre vincenti, ascetici e in pace col mondo. Ma portiamo esempi concreti. La persona citata nelle prime righe, probabilmente, si aspettava di trovare un post pieno di tristezza e di fiumi di lacrime, ma, contemporaneamente (questo avverbio si è insidiato nel mio vocabolario irrimediabilmente, amore!), ancora innamorato e accondiscendente nei confronti del nuovo amore nato, perchè ciò avrebbe assolto la sua coscienza. Non è stato così, ha trovato parole rabbiose e deluse, piuttosto, e ci è rimasto male, perchè ho disatteso le sue aspettative e non ho accontentato il suo ego inquieto. Ma il mio mestiere qui non è accontentare. Io scrivo di quello che sento. Sono anche troppo signora nella vita reale, non mi scompongo mai, anche quando certa gente meriterebbe di essere rincorsa con una sparachiodi o quando, su consiglio di Thelma, mi verrebbe voglia di posizionare sacchetti pieni di cacca incendiati davanti casa di qualcuno. Io non sono una di quelle donne che va ad urlare sotto casa degli amanti o fa scenate o si picchia con le altre donne, io preferisco un signorile silenzio. Un silenzio che non è sottomissione, è un ’i conti li facciamo poi dopo, caro’. La scrittura è la mia valvola di sfogo e il blog è la mia finestrella sul mondo, libera, è la finestra di camera mia, sulla quale posso decidere se appoggiare un vasino di fiori, se dare aria ai tappeti vecchi, se stendere i panni ad asciugare, se fermarmi semplicemente a pensare guardando il mondo fuori. E’ uno spazio intimamente mio e, purtroppo, molto spesso non rispecchierà le aspettative di chi legge, ma non so che farci, cari lettori, se non vi piace ciò che leggete e volete sentirvi dire che siete bravi e belli sempre e che io non sono arrabbiata mai, allora vi consiglio un giretto al Mini Zoo sulla via Emilia, vi comprate un bel pappagallino colorato, gli insegnate tre o quattro frasi che vi aggradino e poi ve le fate ripetere ogni giorno.

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