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Notturno degli amanti inesistenti.

Travolgimi, maleducato
prendi la mia mano, con il nobile gesto sicuro della tua.
Spogliami, con la sfrontatezza dei tuoi occhi
incoscienti.
Inarca il giovane stelo di giunco che sorregge la mia carne
e il mio ventre.
Bevine, della sua ferita.
Trema, accogliendo due giovani boccioli tra le tue mani
gentili, ora.
Schiacciami, con il tuo peso prepotente, impaziente e
sollevami,  leggera,
come spirito, come brivido.
Respirami, pulsando
stringendo
lasciandomi.

 

 

Roma, 16 dicembre 2009 – Ore di attesa per i fan dei Red Hot Chili Peppers. John Frusciante, il chitarrista simbolo della band, torna a far parlare di sé per una probabile rottura.
 Secondo voci che circolano sul web, il musicista avrebbe nuovamente lasciato il gruppo di Anthony Kiedis, Flea e Chad Smith. Il sito Musicradar, infatti, sostiene che sarebbe già stato trovato un sostituto di Frusciante, Josh Klinghoffer, che starebbe già suonando con i Red Hot già da alcuni mesi. Sempre secondo Musicaradar, il chitarrista avrebbe preso questa decisione volendo dedicarsi sempre di più ai suo progetti personali. “Tutta la macchina organizzativa di una grand rock band non lo attrae più” ha spiegato la fonte, “è interessanto solo ad occuparsi dei suoi progetti e dei suoi album solisti”.
 La notizia fa particolarmente scalpore, visto che Frusciante lasciò la band già una prima volta nel 1992, quando si allontanò per disintossicarsi dall’eroina e per i continui litigi con gli altri membri del gruppo. Fu sostuito da Dave Navarro, chitarrista dei Jane’s Addiction, fino al 1999, quando il ritorno di John segnò anche il grande successo di ‘Californication’.

Circa 10anni fa leggevo per la prima volta Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Era il secondo anno del liceo e fu la prof di Lettere a darcelo in lettura. Scettica, ovviamente, perchè era un consiglio di una autorità che, al tempo, non rispettavo dovutamente, inziai la lettura. Una sera mi bastò per innamorarmi di quelle pagine adolescenziali, piene di vita e passione distruttiva e amore, quell’amore disperato e allo stesso tempo leggero come una brezza primaverile. Ero io, lì dentro. Quel sentirsi stretti in uno schema non nostro, la voglia di fare un salto fuori dal cerchio che ci era stato disegnato attorno. La voglia di amare e urlare contro ciò che scandalosamente non andava. Ero pura dinamite. Erano i mesi dei Red Hot Chili Peppers ascoltati a ripetizione, a consumare i cd, comprati con i primi risparmi. I mesi dei pomeriggi passati con la Paola, in camera con la musica alta, sdraiate sul letto a immaginarci grandi, a fantasticare sul cosa avremmo voluto fare. Volevamo andare via, essere indipendenti da tutto, pensavamo di non avere bisogno di nulla. Eravamo invincibili. Passavamo le giorante in giro, noi due. Quel pomeriggio in scooter, in cui ad un tratto iniziò a piovere violentemente e noi cantavamo, fino a farci bruciare la gola, contro il vento e la pioggia, lo ricordo come fosse ieri. E la telecamera sempre con noi, per carpire quei momenti di essenziale energia, perchè non volevamo finire mai. Nemmeno nel ricordo. Eravamo io, la Paola, la Marcy e la Trù, domenica scorsa, sdraiate sui lettini del thermarium di un club privato; come dieci anni fa, sdraiate nella palestra del Sigonio a far finta di star male per non fare fisica. Ora parliamo di lavoro, di viaggi, di case, di cose fatte e di cose che faremo; le voci sono le stesse, ma hanno un suono più concreto. Mentre ci guardavo, sbirciando da dietro il sipario, mi chiedevo se ci fossimo, in qualche modo, negli anni tradite; e, da un lato, è vero che non siamo più le stesse; io, ad esempio, pensavo che sarei diventata un’artista, che avrei passato le mie giornate a leggere e scrivere e disegnare e contemplare la natura (e le serate a sbronzarmi moltissimo), non è stato così, ora non ho più tutta quella rabbia verso il sitema, le istituzioni, la famiglia, sono più serena. Sì, forse ho tradito la rabbia di quella adolescente con le catene ai polsi che scappava via di notte, ma non mi sono sottomessa. Ho capito, maturando, duramente, che la felicità c’è, ma si ottiene costruendo, non distruggendo. Che nessun posto è lontano, se siamo noi a raggiungerlo, con una volontà capace di scardinare qualsiasi briglia. Io un salto fuori dal cerchio l’ho fatto, ho deciso di essere padrona della mia realizzazione, ho deciso di essere il mio mezzo.
Come John, ho fatto i miei dieci anni sfrenati, di follia, all’apice, disgreganti; ora esco dal gruppo, dal gruppo della me immatura e senza cammino, e continuerò con gli eccessi forse, ma con una stella da seguire.
A rileggere le frasi di quel libro oggi, mi viene da sorridere. Perchè sono un po’ infantili e non sono più il mio specchio, ma hanno ancora quella luce, quella freschezza, che, in fondo, non voglio perdere.

“e a inizio marzo splendeva già il bel tempo in città, e ogni mattina Dio srotolava un cielo talmente azzurro con certe nuvole d’ovatta candida appese in lontananza che era impossibile non ghignare di felicità e affacciarsi al balcone o uscire in strada e resistere alla tentazionedi gridargli: grazie capo, non lo dimenticheremo!”
E.Brizzi – Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Where are we running?

Stasera, mentre mangiavo la mia pizza fredda davanti al pc, parlavo con un e-friend della nostra condizione di singletudine.  Ovviamente, ultimi baluardi dell’orgoglio single, tessevamo le lodi del nostro coraggio di stare soli, vincere l’acidità, piuttosto che vivere una vita finto-felice. Ed è vero, l’ho già scritto tante volte, io non voglio una storia di serie B solo per non rischiare di stare in panchina. Voglio un amore bellissimo. Il fatto è che, a forza di stare da soli, ci si abitua. Ci si crea una vita piena e soddisfacente, si diventa belli, interessanti, colti, affascinanti, esigenti, molto esigenti e poco avvicinabili. Io tendo alla qualità, voglio attorno a me persone che stimo e, in questo, il limite dello snobismo è labile; e scatta anche quel meccanismo di autoconservazione per il quale ci si convince che alla fine così si stà bene e poi, mica abbiamo tempo noi, per un fidanzato, abbiamo le amiche, gli amici, le mostre, gli interessi, i viaggi, i progetti, le grandi speranze.  Perciò, si entra in un circolo vizioso per il quale siamo single, giovani, brillanti, lavoriamo, mille interessi e zero tempo per gli altri. Diventiamo meravigliosi esseri di vetro. Intoccabili. La domanda è allora, dove stiamo correndo? Ci diamo un gran da fare per diventare perfetti, corriamo, corriamo, ma verso cosa? E’ giusto avere un obiettivo, anzi, vitale direi; ma è come in un viaggio, si decide la meta, ma quanto è bello farmarsi, un attimo, abbracciati a someone special, a guardare il panorama? Forse è solo un problema di confusione, di fermarsi nei luoghi sbagliati. Perchè se si continua solo a fare sesso a caso o ad essere sempre ubriachi o indifferenti, non so, ma forse lì l’amore, non ci si farma così facilmente, e non è una quesione di essere più o meno puri, è che ti abitui. Ti abitui a non dare importanza, a non emozionarti, a non emozionare. Io non so quali siano i luoghi dell’amore, ma so che se non ci si lascia travolgere, ogni tanto, chiudendo gli occhi, non si scopriranno mai i posti segreti. E, forse, queste sono le ennesime banalità sul tema, ma, in fondo, anche un cretino che ti invita a cena sperando di riuscire ad inventare qualcosa per sorprenderti è banale, ma è quella piccola semplicità che ci fa sorridere. No?

Notte, amici.

Coerenza

Volevo solo dirti che non ti penso più.

Piccole dolcezze quotidiane

Oggi pensavo a cosa mi fa sorridere ogni giorno.
La giornata, ovviamente, iniziata con la consueta, noiosissima, meditazione del mattino riguardo al ecco, vedi, as usual, nel cellulare nessun messaggio, non dico emozionante, ma almeno degno di nota insomma, le depressioni tipiche da chi è sola a un po’. Quindi arrivo in ufficio, ancora addormenta, traballate sui tacchi, accendo il pc e, insieme alle futilities, scarico la consueta newsletter di Milano Finanza che, in coda, ad augurarmi il buongiorno, aveva questo…

Non siate solo stendardi
ma anche terra presente.
Non siate solo musica
ma anche silenzio di perla.
Non perdete mai il contatto
del vostro cammino:
ricordatevi che il sangue si ferma
perchè non vuole parlare.
(Alda Merini)

E questo piccolo pensiero, inviato di default a mille manager stressati, a me un po’ basta, per respirare. Perchè la bellezza è vita.
E mi piace e mi fa sorridere lo scegliere le parole migliori per dire qualcosa di semplice, per regalare un attimo piacevole a chi mi legge.
Adoro sentire le persone che amo per dire sciocchezze. La mattina, in macchina, mi lascio avvogere dal calore del riscaldamento mentre cerco la canzone del giorno, alla radio. Mi piace frugare nella borsa saltando dai guantini alla pochette del trucco per arrivare alla scatolina dal gustò retrò delle caramelle che fa sorridere tutti quelli a cui le offro. Dico ancora Buongiorno e Buonanotte, alle persone, davvero, non come intercalare. Accolgo, come fosse un rito, le gocce di profumo sul collo . Dono pensieri, non solo parole.
E anche tu, mio caro Blog, sei una dolcezza. Un prendermi cura della mia anima che ultimamente faccio poco, non ti parlo di rado e spero che tu non ne sia dispiacuto. Spero che tu sappia che forse ho meno tempo, ma non mi sto trascurando. Anzi, mi sto coltivando, perchè voglio essere perfetta per chi c’è e per chi arriverà, al momento in cui arriverà. Desidero piacermi, nel puro godimento estetico e in ciò che posso fare per chi mi è accanto.
E, cullandomi in questi pensieri, capisco che la differenza la facciamo solo noi. E’ avere il sole dentro che scalda i sorrisi. E che, poi, tutto sommato, la mia vita va avanti uguale, con le serate folli, gli aperitivi chic, le cene, il sesso, il cinema, il lavoro, i bei libri, gli amici, i genitori, ma, è vedere, in mezzo a tutto ciò, dentro a tutto ciò, tante minuscole stelle scintillanti, che fa la differenza. Come, la notte, d’estate, essere sdraiati oppure stare ad ascoltare il canto di mille grilli.

Today is a good day

Buongiorno Mondo!

Scrivo in direttissima dal mio ufficino nuovo. Mi ci sono insediata oggi, per la prima volta. Ho fatto conoscenza con i miei spazi, mi sono presentata con i ripiani dell’armadio, litigato un po’ con le porte usb, calibrato la sedia su misura, sparso un po’ di roba sulla scrivania per creare un po’ di disordine.. C’è un sileeeeenzio, sarà il caso che mi faccia degli amici immaginari. A parte la mia condizione da eremita, sono contenta. Oggi ho preso il mio primo Brava! ed, effettivamente, me lo meritavo. Qundi, a parte la vecchia acida, è tutto abbastanza perfetto.
Ripensavo anche al w-e appena finito.
Venerdì, Il Concertone. Da bravi sorcini, io e il mio fido scudiero Marty, ci siamo avventurati in quel di Bologna per vedere il Renatone Zero. Un oceano di gente. Lui, fantastico. Un one man show che alterna momenti di burlesque poeticamente eccessivo a punte di lirismo assoluto ad atmosfere torbide di ricordi e di aria pesante di fumo e alcool, da club agli sgoccioli della notte, agli sgoccioli di umanità, e canta passeggiando per i vicoli del mondo, salutando un vecchio, pregando la luna, carezzando un gatto. Intenso, trionfante, nostalgico, passato e presente.
Sabato. Snoopy. Again, not yet. Un delirio di tentativi di stupro, black-out, risse sfiorate, giovani uomini che soffrono, quelli che mancano, che sono a scegliere il loro palliativo. Ah, in tutto questo, mi sembra giusto dirvi che la dietologa mi ha interdetto l’uso di alcolici, tutti gli alcolici. Quindi ho assistito a questo scenario post-atomico con all’attivo due coca-cole, tragicamente sobria. Questo mi ha dato moltissimo (ma mai quanto per l’affaire 14/11) e mi ha fatto pensare, tornando, mentre litigavo al telefono con un ubriaco che aveva dimenticato le chiavi nella mia borsetta, che io, alla fine, snobismi a parte, mi diverto sempre e comunque dappertutto. Sinceramente. Anche nella serata più trash, anche se la Paolieci mi trascina ad una cena volgar-chic con tre Pr, un Dj cocainomane, un fotografo sfigato e quattro puttane cheap.
E anche se sabato sono andata a letto con la pioggia nel cuore, per il mio sentirmi sempre diversa e un po’ fuori posto, per il non capire dove si ama, non importa molto.
Today, is a good day.

Solo per me

Poco fa, Lei, si preparava, agitatissima, per un appuntamento dei sogni, e, salutandomi diceva goditi la tua serata per volerti bene.
Così mi vorrò bene, stasera, e scriverò solo per me.
Penso a questi primi 10 giorni di lavoro. Tante piccole vittorie. Ho imparato che il pulsante dell’apriporta è quello centrale, che le persone che lavorano da tanti anni a volte sono stanche e spente, ma non sempre, che l’impiegata è ipocondriaca, che se vorrò farcela dovrò sudare tantissimo, che forse un pochino di soggezione negli uomini la metto, che un sorriso distende ogni tensione, che il caffè della macchinetta fa schifo, come tutti i caffè di tutte le macchinette di tutte le aziende del mondo. Ero più stanca quando stavo a casa a fare niente, a leggere e a deprimermi. Ora le giornate sono leggere e profumate di novità. Amo vedermi bella la mattina presto, scegliere cosa mettere con cura, uscire al freddo pungente e fermarmi a comprare il giornale prima di entrare in ufficio. Mi piace costruirmi come mi piacerò.
Penso anche che sono fiera di me, perchè so amare. Disperatamente, in maniera assurda e dolorosa. Ma non ne ho più paura. Non ho paura di una corsa folle alle sei del mattino solo per incontrare uno sguardo che dopo poco se ne andrà. Siamo destinati a perderci, noi. Un amore terribile.
e non c’è niente,
non ci sarà mai niente
che non sia stato, prima,
nel cuore.
E credo che sia bellissimo stare attorno ad un brutto tavolo coperto di birre, seduti su un divanetto rotto, rattoppato con gli asciugamani della Dreher, a ridere di una storia di sesso ridicola, a ridere di una storia di sesso triste. E capire la differenza che c’è tra il bene che ti vogliono gli amici, quando ti vedono con gli occhi diversi e opachi e persa, e la mancanza che sei tu, che nella mia vita non sei.

C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole. Però, vabè, può anche succedere che qualche sogno non si avveri, non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione, nel medesimo momento per un sogno e per una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a chi dar ragione e la felicità è, invece, poter abitare queste due stanze separatamente e voler bene sia alla realtà che al sogno, insieme o divise.
(R. Vecchioni)

Solitudini

Buonasera Mondo.

Voglio solo lasciarti qualche pensiero notturno, ora. Sono rientrata venerdì dal corso per diventare grandi nella metropoli e, in effetti, un pochino lo sono diventata. In chiusura, venerdì sera, il formatore ha detto una dei quelle frasi retoriche che però fanno effetto Non occorre essere grandi per cominciare, ma occorre cominciare per fare una grande cosa. Alla vostra grande occasione. E a me è venuto da piangere, ma non una delle mie solite crisi isteriche da psicolabile, dopo, sul taxi che tagliava sgarbato una tranquilla Milano prefestiva, ho sentito la certezza, erano lacrime di gioia, perchè, dopo tanto, ho capito di potercela fare, che, forse, ero brava davvero. Questo non è il mio sogno, ma è una vita bella.

Poi sono tornata, serena, alla mia piccina città. Un sabato circandata dalle mie amiche. Risate, drink, tacchi alti, sorrisi sinceri, la discoteca del cuore. Un incontro un po’ troppo forte, come è stato definito. La paura di una possibile dipendenza. Palpebre che sbattono piano assordate dal rumore del cuore.

Va tutto davvero bene.

Vorrei solo poterlo condividere con un abbraccio che mi aspetta la sera, che abbia voglia di portarmi al cinema e che non si stanchi mai di vedermi sorridere. Che domani ricordi il profumo di cui la notte si nutre.

 

Le Grandi Solitudini

Sempre così suonano tutti i bicchieri
Poi le donne e gli amici si vestono in fretta e io gli ascolto i motori
Se ne vanno lasciando il silenzio tra la cenere di un venerdì
Mezzanotte tra i piatti di carta e la bottiglia di gin
Si può morire così sbranati dal desiderio

In questa notte d’estate che esplode di luci e ci incanta il pensiero
Il mio sole è lontano ma sì ogni sole si accende da qui
Di fedele mi restano gli occhi e questa camicia che ho
Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
E staccano i telefoni, tu chiama col cuore se vuoi
E immagino quel brivido quando torno a vivere negli angoli di un corpo diverso dal mio
E il giorno scivola via la faccia sul marciapiedi
Siamo navi partenti ma quale bandiera siamo sempre stranieri
Ma balliamo da soli lo stesso aspettando il miraggio di un sì
Ci va bene un amore anche espresso solo scaldato così
Le grandi solitudini se arrivano a sfiorarsi, lo so
Si spogliano in un attimo e via
Daremo fuoco a questa signora la notte
Che esplode dentro all’anima qui e ci scrive la storia di noi

Siamo un passo di tango, di samba, un fandango, uno sputo d’eroi
Ma fingiamo di amare lo stesso, anche un’ombra che passi di qui
Nascondendo in un grumo di sesso di un vuoto pieno di sì

Le grandi solitudini ci fanno così ruvidi
Ma siamo teneri, lo so, dimenticati però
Le grandi solitudini se arrivano a toccarsi lo sai
Non bastano i telefoni del mondo per dire tutto di noi
Tutto di noi.

Mondanità

Sei giorni, tre serate mondanissime. Se qualcuno si chiedesse il perchè dei precedenti giorni di silenzio, è questo. E’ il tempo fisiologico necessario a riacquistare le facoltà mentali dopo il venerdì d’inaugurazione dello Snoopy, con caldo tropicale, col finire al tavolo con gente improbabile a sbocciare le magnum di champagnaccio, che ci fa bere a collo da una bottigliaccia di havana, con un vestito di seta imbrattato da portare in lavanderia, con i soliti deliri invernali, insomma. E poi, il sabato, la replica. Dopo un aperitivo con un nuovo non-fidanzato di rara scemenza,  Il Tavolaccio, esattamente davanti a quello dei carabbinieri (per chi è nota, e non lo sa), i fiumi di vodka-lemon, i deliri sessuali di Frank, gli appuntamenti notturni mancati. E, non paghi di questa botta di mondanità (e alcolismo), mercoledì, la tripletta (si, lo so, mi sto godendo un po’ troppo queste ultime due settimane da fancazzista, ma poi divento grande, giuro!). Aperitivo, pizza e Sali e Tabacchi. Entrata da star, as usual, free e saltando clamorosamente la fila, pienissimo e, devo ammettere, non solo di bella gente, ma comunque da non perdere il suo fascino.
E, mentre sei lì che combatti con una shampista in mini-abito di lycra e stivali e tenti di salire sul gradino del bar per cercare un centimetro cubo di aria respirabile, lo vedi.

Lui. Lui che a ballare tra tutti quei mezzi manichini scappati dalla vetrina di Volpi è fantastico con una maglietta dei Ramones. Per un secondo tutto è immobile, anche il respiro, il cuore, tutto. E in quel secondo sei completamente scevra di difese. Afferrabile. Fragile. Nuda, ero nuda. E anche se sai che è finita, che lui ha scelto l’altra, il porto sicuro, non c’è niente da fare, come lui ti prende la testa e ti accarezza e, senza riuscire a guardarti negli occhi, ti dice che sei bella, ti sconvolgerà sempre l’anima. E io, questo, non lo cambierei per nulla al mondo. Perchè quando la Paola mi  chiede se alla nostra età esiste ancora il tuffo al cuore la vorrei fare entrare un attimo, solo un attimo, a sentire, qui dentro, che casino c’è, quando vedo lui.

piesse: so che questa frase ti piace tanto, te la presto quando vuoi, perchè so che capisci.

pi-piesse: …e siccome è facile incontrarsi, anche in una grande città

Appunti di Viaggio

Sinceramente, nella mia assurda vita, di cose da raccontare ne sono accadute, ma… ecco, i fatti delle ultime due settimane apportano un ottimo contributo al forziere di preziose storie incredibili che mi colorano. Del resto, come poteva essere una vacanza normale quella che inziava con i seguenti presupposti…

 

Preambolo.

Partenza isterica, controllo valigie compulsivo. Sempre troppo pesanti. Corsa in areoporto, traffico su ardente tangenziale bolognese. Ansia. Arrivo, comunque, in anticipo. Colazione al bar. Primo morso alla brioches, macchia gigante di nutella su t-shirt candida. Molto bene. Con grande scioltezza ed eleganza mi lascio cadere la sciarpa sul collo in modo coprire provvisoriamente il dramma e poi corro alla prima toilet con la valigia sotto braccio, cambio maglia tra il wc e il cestino, meglio che James Bond, e partenza. Compagna di viaggio Bologna-Roma: una ex Barbie vecchia che legge un libro in greco (vecchia, solo tu puoi capire). Sbarco a Fiumicino, arrivi, la prima persona che vedo è… Gimmy Ghione, molto bene, se questo è un segno molto probabilmente tornerò fidanzata a Capitan Ventosa.

 

I compagni di Viaggio.

Fiumicino, il giorno seguente. Areoporto caldo e caotico. Miriam. Angela. Giacomo. Antonella. Enrico. Ernesto. Maria Pia. Marco. Aldo. Elisa. I Ragazzi. Ci guardano un po’ spaesati da dietro i nastri divisori del check in mentre noi, come formichine impazzite litighiamo con le hostess a cui lo smalto alle unghie ancora fresco rallenta anche i pensieri più semplici. Non mi sembra vero che l’avventura stia davvero iniziando. Ora che la scrivo, mi sembra di parlare di anni fa.

 

L’arrivo.

E il freddo. La pioggia. Una strana sensazione, non sono carica come avevo previsto, questo mi spiazza. Non riesco a sforzarmi e a fingere. Perciò prendo il mio libro, quello che mi ha affidato la mia amica prima della partenza, e leggo, così mi calmo, inzio ad entrare in una dimesione diversa delle cose. Il college. Chi già è arrivato e chi arriverà. Silvia. Giorgia. Federica. Erika. Carmelo. Giovanni. Giusy. Moreno. Il delirio delle stanze. La stanchezza. I capelli bagnati. Le prime forti impressioni.

 

Lo staff.

E la serena sensazione di essere in vacanza con un gruppo di amici. Le birre. Il rhum. La vodka. Le risate in staff room. La pasta sempre troppo piccante. Riprendo la carica che non avevo trovato nella partenza, credere in ogni nuovo giorno è una propulsione eccitante. L’incredibile diversità in ognuno e la voglia di capire cosa c’è dietro ad ogni viaggio. Gli occhi dolci, profondi e maliconici di Giusy. La simpatia di Marco. La follia di Erika. L’intelligenza di Miriam. I silenzi di. Stare semplicemete bene. I discorsi, le chiacchere, le cazzate. I gavettoni alle 4 del mattino. La vice che entra in reception a chiedere le master key, grondante, fingendo indifferenza e il guardiano kenyota che, sogghignando, le dice che può anche smettere di fingere di fare la buffona seria che tanto ci ha visti dalle telecamere mentre facevamo a secchiate nei corridoi… Le cascate e i giochi d’acqua dal sesto piano. Le camere svuotate. Le ore dormite, solo in pullman.

 

I ragazzi.

Quelli che fingono di non avere bisogno di te e poi invece ti cercano come una preziosa stella polare. Quelli spontanei, che ridono e piangono ancora senza vergognarsi. Quelli che hanno molte meno paure di noi, quasi 30enni. Quelli che si fidano, e se li tradisci sanno cos’è la delusione. Quelli che rompono le palle per fumare ogni cinque minuti, ma se ti ci fermi a parlare, se ne dimenticano, che non potevano fare a meno di fumare. Quelli che si innamorano, per circa un quarto d’ora. Ma quello è stato il quarto d’ora più intenso della loro vita. Quelli che cantano, e non importa se sono stonati. Quelli per i quali noi tutti eravamo là.

 

La pandemia.

Perchè il pericolo è il mio mestiere, cari lettori. Quindi, se qui in Italia scoppia il delirio per l’influenza suina, noi cosa si fa? Beh, ma giustamente si va esattamente nelle fauci del leone, tanto cosa vuoi, che becchi proprio noi?! No, infatti… 15 ragazzi e 5 animatori.. più quelli che si stanno ammalando ora, ecco, mi sembra un bilancio più che accettabile. Alla fine avere gli ambulatori pieni e dover ricoverare gente anche nella staff room è stato anche divertente, ad un certo punto sembrava più una missione umanitaria che una vacanza studio. Ho fatto assistenza, servizio pulizie, organizzato la cooking competition malati, confidando nei superpoteri dei miei anticorpi che, ad esser sinceri, hanno visto cose che alle suine fanno un baffo, ma , ahimè, non è stato abbastanza, la suina si è impossessata di me, perciò, cari affezionati, con immenso piacere vi annuncio che la vostra eroina è in quarantena per altri cinque giorni. Chiusa in una stanza con l’unico piacere del pc e di montagne di libri. Il cibo mi viene lanciato da Muadre che rimane coscienziosamente sul ciglio della porta. Credo che impazzirò, o farò impazzire voi, scrivendo continuamente. Ah, una chicca fetish, sono costretta a portare una mascherina ogni volta che entro in contatto con esseri umani (e non pensate subito ad Eyes Wide Shut, suini che non siete altro, lo scenario è più da malata da ospedale psichiatrico).

 

I cieli.

Azzurro. Quello romano del primo volo. Pieno di nuvole ovatta appese. Col sole arrabbiato che bussava ai finestrini ovali. E noi a sfrecciarci in mezzo, con le nostre storie pesanti, che tra blu infinito il bianco neve e l’arancione zen sembrano annullarsi. Plumbeo. Così rigorosamente inglese. Serio e intransigente, ogni giorno ci rovesciava addosso litri di pioggia. Solo di giorno. Le albe invece. Quelle si, che avevano il gusto di un nuovo inizio. Ci sorprendevano dai finestroni della staff room, curiose di sapere perchè fossimo ancora lì, a parlare, un sorso di birra, spegnendo l’ultima sigaretta. L’ultima alba è stata la migliore, triste e lenta, irreale,  un sole sfacciato a riscaldare i discorsi di due anime forse un po’ inarrivabili. Labbra bagnate dal rhum e occhi puntati su parole che raccontano vite e passati. La sensazione di non volersene andare mai da quel momento. Una frase scritta su un cd. Sono le 6:50 e tra 10 minuti parte il mio pullman per l’areoporto, mi riporterà sotto il cielo italiano. Chiudo di fretta la valigia. Il cuore. Gli occhi. E scappo giù.

 

Ci sono due canzoni che porterò con me per sempre, una è un regalo da parte dei ragazzi, uno dei momenti più emozionanti dei questa meravigliosa avventura, la speranza e il domani; l’altra è una canzone che, una sera, forse per sbaglio o per scherzo,  qualcuno disse che era dedicata a me. Io, per sicurezza, me la porto dentro.

 

Da chi disse che ho gli occhi dolci, ma la faccia cattiva…
It was a beautiful day
Don’t let it get away

 

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