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Bambolina Barracuda

Sta spuntando il sole, da questo cielo nebbioso. D’istinto abbasso la visiera del parabrezza dell’auto, ma poi ci ripenso e mi lascio accecare da quella luce timida. Perchè è bello, ogni tanto,chiudere gli occhi e  abbassare le barriere.

Mi piacerebbe essere come voi. Decidere che ora è tempo di smettere di difendersi, che è il momento di innamorarsi e farlo. Mi piacerebbe davvero. Ed essere serena. Forse non è ancora tempo per me, forse sono solo confusa.
Ho pensato molto all’amore, in questo mese e mezzo di assenza. Sono anche stata fidanzata, un paio di giorni. Non è stato male, peccato che non mi battesse il cuore. Poi ho rivissuto quella notte delle streghe, qualche mese fa, e mi sono resa conto che, quell’ultima volta in cui abbiamo fatto l’amore, io e lui, ero solo disperata.
E’ molto tempo ormai che non mi sento più indifesa. Mi vedo dentro ad una bolla, nella quale nessuno può entrare, che rotola verso mondi più grandi, perchè questa vita, queste menti, sono piccole per me. Però mi perdo. Incontro cose che mi sporcano. Oggi un dolce fiocco di neve mi ha scritto che le manca quella sua amica innamorata della vita e, forse, ha ragione. Non sono più così scandalosamente alla ricerca di qualcosa di fantastico, la mia luce si è un po’ spenta. Non ne sono felice, anzi, a volte sento un peso così grande, qui, proprio sul petto, e mi sento così piena d’amore che vorrei scoppiare, e non sapere a chi poterlo regalare mi ferisce più di mille abbandoni, mille tradimenti.
Chissà com’è, essere innamorati.
Perchè vedete, a volte sarebbe molto più facile se lei tornasse vestita soltanto del bicchiere, come diceva il buon Liga, ma a volte, sarebbe altrettanto semplice, come una scopata di sabato sera, lasciarsi amare. Non si fa fatica, ci si sente belle, coccolate, al caldo. Lasciarsi travolgere è diverso.
Vorrei davvero conoscere qualcuno che, guardandomi, mi facesse sentire nuda. Vorrei trasalire, correre, sorridere, piangere.
Voglio vivere della luce che emano, voglio commuovermi per un sorriso nato da un mio gesto spontaneo. Vorrei che esistesse una persona, al mondo, senza la quale non posso vivere.
Non voglio più bastarmi.

 

ps. l’ultimo post, del 26 dicembre, finiva con l’annuncio della serataccia al Pineta. Lo so che avete tutti pensato che fossi morta là, in qualche pattume di Mi.Ma, ma no, avevo solo bisogno di un po’ di privacy.

pps. non vi preoccupate se non afferrate il senso preciso di questo post, rileggendolo non lo capisco nemmeno io.

P.s.: being Father Ralph

Ah, a proposito delle storie ridicole di cui sotto, si può dire che ho fatto sesso in canonica (non in posizione canonica, proprio la canonica con l’acquasantiera e compagnia bella)?

Volevo tenerlo per me, ma non ce l’ho fatta, questa storia fa troppo ridere.

pi-piesse: mi scuso ufficialmente con i cinque ragazzi che ieri, all’irish, sono scappati ascoltando casualmente il raccontaccio ecclesiastico. Dai, su, alla fine era solo il luogo inusuale, mica mi sono trombata Ratzinger!

No, i fiori non dormono, di notte.

Seduta su una sedia di plastica verde, alle spalle di una baracchina di un piadinaro notturno, in uno di quei parcheggi silenziosi, che accologno i relitti della notte gocciolante di vita, guardo il display del mio telefono, mentre un alito di vento freddo mi stringe nel tranch.
04:05. Un sms a chiedermi un po’ di calore, in questa notte preludio d’inverno. A chiedermi quel profumo che aveva bevuto appena prima, salutandomi, in quella discoteca piena.
04:27. Senza pensarci, decido che non ce la faccio. Sento che ho voglia di fare l’amore con qualcuno che mi emozioni.

Salgo in macchina sola, e mi lascio sussurrare i racconti della via Emilia, guidando verso casa, chiedendomi solo, poi, della notte che cosa rimane. 

 

Tutta l’oscurità di notti senza luna
nell’anima è addensata in un fior di lamento.
Nel calice d’acciaio essenze dei Mai Più,
e i petali si tingono d’un’elusa realtà.
La bocca salda e rosa non sentirà il contatto
delle mie labbra stanche di dare baci al vento.
Né le mani assetate nel mio atto dorato
vi lasceran violette recise nella carne.
Sul roveto fiorito restò la mia agonia
scorticata e ferita di Chopin e di piano,
cominciata in un ritmo sessuale e sereno.
E lontano la dea della Malinconia
taglia il mio fiore amaro con la sua calda mano,
imbiancandomi il capo con rose di memoria.
(Federico Garcìa Lorca)

“Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo. Che differenza c’è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto?” – O.Wilde.

Sarò piuttosto diretta. La domanda è: è giusto fare sesso al primo appuntamento? Perchè, noi signorine, ce lo chiediamo, quando siamo lì davanti allo specchio ad imprecare contro il rimmel che non si stende, infilandoci un sandalo gioiello, prima di uscire con un uomo. Se l’uscita in questione è, diciamo, un mero incontro fisico, il problema non si pone nemmeno, direi, si va, si colpisce e si torna, satolle. Ma se il Lui, ci piace, che si fa? Meglio aspettare o, se si crea l’occasione malandrina, si fa la donna ladra? Saggezza popolare dice che l’uomo si innamora della donna che lo fa attendere. Saggezza popolare, appunto. Quindi, diventa sacrosanto il concetto della fatica, del conquistarsi ciò che si vuole con sacrificio, motivo per cui un uomo che esce con una quindici volte senza beccare mai nemmeno un mezzo pompino è strabravissimo, per non parlare di lei, che se invece si concede subito significa che non sta cercando il suo diamante, che, considera il proprio corpo con scarso rispetto, quindi si aspetta, e poi, quando lei avrà deciso di essersela tirata abbastanza (e smesso di sfiorarsi sola dentro una stanza e tutto il mondo fuori), lui sarà perdutamente innamorato e felicissimo di aver faticato per aver ottenuto ciò a cui anelava. Perfetto, direi. Il plot di mille storie d’amore da domenica pomeriggio beige in giro per sagre di paese. Mi sfugge solo un piccolo particolare. Il fine ultimo di una storia d’amore si racchiude intero nel sesso? No, perchè, secondo questo tragico luogo comune sembra proprio così. Se lei ti da subito la cosa più importante allora cosa rimane da conquistare? La cosa più importante?! Ma stiamo scherzando?!  Cioè, ci sono davvero degli uomini che credono ancora di aver vinto nel momento in cui si fa sesso? Io parlo per me, chiaro, ma per conquistarmi ci vuole ben altro, il sesso è l’inizio, forse. Poi, cosa mi devo trovare a uscire dieci volte con uno che fa finta di ascoltarmi e magari si rompe i coglioni e gli tocca pure pagarmi la cena, perchè non aspetta altro che gliela dia? A me pare una buffonata, sinceramente. Voglio dire, se lui mi ritiene interessante, dovrebbe continuare a ritenermi tale anche se si è già fatto sesso. Se non lo fa è chiaro che il suo scopo era uno e uno solo e non vale nemmeno la pena di perderci tempo. E sinceramente io preferisco saperlo la mattina dopo se ci siamo usati, piuttosto che dopo un mese di uscite, telefonate e teatrini vari. Mi sembra molto meno ipocrita, meno ridicolo, alla nostra età. Mi ferisce meno. L’obiezione  che mi è stata posta è: “Ma Vale, quanti, dopo aver avuto il sesso si prenderebbero la briga di continuare ad uscire con una persona, fare comunque fatica per conoscerla, quando si è già consumata l’aspettativa?” Pochi. Pochissimi, appunto. Nella società d’oggi, dove il clichè è ‘me la da subito, allora non ne vale la pena – mi fa aspettare allora è diversa dalle altre- il mio diamante sta nel trovare il Lui che comprende che, oltre il corpo, c’è ciò che si conquista. Che la fatica è dopo. La fatica è nel capirmi, nel conoscermi, nel vivermi. Io sono diversa perchè il sesso non lo uso come metodo seduttivo-coercitivo. Perchè, per me, è meschino tentare di tenere legato un uomo con la promessa di un orgasmo. Sono diversa perchè, il giorno dopo, non ti recrimino di averti concesso la mia intimità. Se si è creata una situazione lasciva e intrigante dovrei dire no per paura di essere abbandonata il giorno dopo? Ma se tu mi abbandoni in giorno dopo, tanto meglio, non meriti il mio tempo. Il mio ‘qualcosa di diverso’ è colui il quale avverte la meravigliosa sensazione di essere solo all’inizio, mentre sta facendo l’amore con me, non alla fine. E con questo non sto dicendo che sia sempre giusto finire con le mutande calate a tempo record tra il dessert e l’ammazzacaffè, dico che non è quello il punto centrale, quando ci si innamora. Perchè quando conosci qualcuno di speciale l’amore sarà splendido sempre, presto o tardi che sia, e sarà tanto più bello quanto sarà spontaneo. Poi, a volte, capiterà di rimanere delusi, si sentirà un po’ d’amaro in gola, perchè magari ci era sbagliati sul conto di qualcuno, allora rimmarà solo una sensazione, come dell’assenzio che scorre nelle vene, e rilassa, e eccita, e inebria. E dimentica.

(questo post è scritto in corsivo grassetto perchè i maledetti comandi di wordpress sono impazziti e non riesco a cambiare il carattere :( )

Mentire è il divertimento più grande che una ragazza può avere senza spogliarsi, ma spogliata è anche meglio.

postilla: stasera ho rivisto Closer. Mentirò quando dirò di non amarti. Scapperò dalla mia vita. Perchè stare insieme è prostituirsi, doversi tempo. Sono incapace di pretendere attenzioni. Non sarò mai così puttana da chiedere esclusiva in cambio di devozione. Vedrai il mio corpo nudo, piuttosto.

Domani smetto

Domani smetto… di chiudermi in me stessa quando qualcosa va male e non scrivere nulla per 2 settimane (che poi i miei fans impazziscono).

Domani smetto… di ascoltare sempre solo e di non sapere mai dire a voce alta come mi sento.

Domani smetto… di fare l’amore senza amore (bhè, a questo insomma, magari ci penso un po’…).

Domani smetto… di fare l’amore con l’idea dell’amore.

Domani smetto… di dire ‘ma si, lo faccio domani…’

Domani smetto… di mangiare. Continuo a vedermi troppo grassa e poi mi lamento se nessuno si innamora più di me.

Domani smetto… di sentirmi spesso inadeguata.

Domani smetto… di sentirmi, contemporaneamente, superiore alla media.

Domani smetto… di essere così esistenzialmente disordinata. Ho ancora in giro la valigia del week-end, vestiti sparsi ovunque, trucchi impilati tra un libro, un tubetto di attaccatutto, un perizoma e una spada laser.

Domani smetto… di credere di vivere in un film.

Domani smetto… di deprimermi ascoltando Baglioni (o Venditti, o Carboni, o la Vanoni).

Domani smetto… di pensarti.

Domani smetto… di promuovere week-end da pagliaccia (a meno che non sia coperta da assicurazione emotiva e sociale).

Domani smetto… di non dare nemmeno una opportunità alle persone.

Domani smetto… di dare opportunità a chi non ne merita altre, anche se, forse, una volta, eravamo amiche.

Domani smetto… di bere.

Domani smetto… leggera leggera si bagna la fiamma rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei…

Oggi, invece, voglio solo chiudere gli occhi e pensare che io mi aspetto molto di più dalla vita. Riaprirli, e incamminarmi su una nuova strada.

 

 

Pronostici

ariete

Ariete (21 marzo – 19 aprile)

 

L’astrologia e i tarocchi sono i miei strumenti di divinazione preferiti, ma trovo molto utili anche i kit di poesia magnetica. Sono scatole piene di magneti per il frigorifero con parole e simboli suggestivi. A volte, dopo aver esaminato i tuoi presagi astrali, chiudo gli occhi, faccio una domanda e prendo un po’ di magneti a caso. L’ho fatto anche ora. Ho chiesto: “Quali sono i mezzi migliori per liberare le enormi riserve di energia degli Arieti in questo periodo?”. La risposta è stata: “Orgasmi travolgenti e lacrime ridenti” (le stesse parole potrebbero essere messe anche in quest’ordine: “Orgasmi ridenti e lacrime travolgenti”).

Bhè, amici, che dire? Io vado a divertirmi tantissimo… e, Buon Inzio Estate a tutti.

Le cose che abbiamo in comune.

Lei quella sera si preparò non con particolare precisione, era di fretta, aveva dovuto giostrarsi tra un aperitivo con una amica e una corsa dell’estetista, poi non stava bene, non si sentiva abbastanza bella da dedicarsi troppo tempo davanti allo specchio. Si guardò fugacemente allo specchietto della macchina mentre correva sulla strada buia che la riportava in città, tutto sommato si piaceva, e comunque, era perfetta per un venerdì che non prometteva nulla se non due calici di champagne tra due amiche che non si parlano da un po’ e una festa a cui non aveva voglia di andare.

I discorsi, davanti a quei due bicchieri, scorsero superficiali e dolci. Avrebbe voluto parlare di più, a quella amica, di cui aveva condiviso un dolore, qualche tempo prima, ma a volte sentiva un muro di cristallo tra lei e lei persone, anche le più care, e allora le riusciva impossibile anche il minimo avvicinamento emotivo. Così, la buttava sull’ironico, ed era felice di riuscire comunque a scaldare quel piccolo fragile cuore, anche se solo per un momento, un momento che scoppiava poco dopo, come una bollicina persa nel vino frizzante. Lui, intanto era lì, come al solito tra il bancone e la cassa, tra i clienti a cui sorridere e i pensieri. Non si era accorto subito del loro ingresso quella sera, stettero un istante sulla porta, in attesa. E lei un po’ ne fu delusa, come se avesse perso un po’ del suo magnetismo. Come se il suo profumo, a lui, quella sera non fosse arrivato. Poi, non appena lui la vide, andò verso li loro. Sorridente e agitato. O almeno, a lei era sempre sembrato così, agitato, quando si vedevano in pubblico, quando erano quasi estranei. “Prego, c’è un tavolo laggiù, arrivo subito con i vostri soliti bicchieri.” – o qualcosa di simile, il momento in cui si toccavano aveva sempre qualcosa di magico ed estraneo a tutto il resto che le distoglieva l’attenzione dai convenevoli. 

Fu subito l’ora di andare, si erano presi accordi per vedersi con le altre fuori dal locale della festa, inutilmente presto. Così ci fu solo il tempo per un fugace scambio di pensieri tra il bagno e la porta, osservati da orecchie maliziose, invidiose degli sguardi profondi, avide delle parole che non sentono. “Sei qui da solo, stasera?” – sibilò lei, che non aveva registrato la presenza della moglie. ”Si” – rispose, risoluto. “Allora ti posso mandare un messaggio tra poco?” – era obbligo accertarsi, le regole le stava imparando, ormai. “Un messaggio? E perchè non me lo dici ora?” – a volte lei si stupiva non della superficilità con cui le persone ascoltavano le sue parole, ma della complessità dei significati che ella stessa dava le cose, e lo faceva per puro piacere estetico. “Perchè non sarebbe la stessa cosa. Allora, fino a quando posso?” – dovette ripetere quel rito, già infastidita dal limite. “Ancora per una mezz’ora rimango qui, poi vado.” – e si guardo preoccupato intorno, il locale era ancora pieno. “Ok, hai la macchina?” – quell’ultima domanda le uscì fuori spontanea, violenta. “Sì” – non c’era altro da aggiungere.

Di lì a poco si trovò davanti a quella discoteca, circondata da personaggi discutibili. Si sentiva snob, scarcastica. Sopra la media, lei, che, in fondo era incompleta, non straordinariamente bella, intelligente sì, ma non ancora realizzata. Ma si era sempre sentita diversa, dal resto. Osservata, più che presente. Il messaggio, a lui, l’aveva già mandato da un po’ e intanto si era distratta conversando di tute alla moda ed economicamente newyorkesi. Diceva: se hai pazienza fino all’una ci vediamo da qualche parte per un buona notte un po’ particolare… Quella sera, così inaspettata, non aveva voglia di parlargli, di sfornare il discorsetto che avava minuziosamente preparato da una settimana a quella parte, Il Discorsetto che faceva più o meno “Io non sono fatta per essere un’amante. Non merito un amore a metà.” No, quella notte aveva solo voglia di fare l’amore. Era quello che avrebbe fatto. Squillò il telefono. Lui stava arrivando lì. Così, questa principessa persa, salutò le amiche, che, esaurita l’estenuante fila, stavano entrando e attese sulla strada, in quel parcheggio in cui una volta, molto tempo prima aveva amato disperatamente un altro uomo. Aspettava lì, in piedi, stretta nel suo tranch scuro. Si sentiva avvolta da un fascino misterioso, di chi non si aspetta un lieto fine, ma una tempesta di emozioni. Si sentiva guardata, come in un film. L’aria era fresca e soffiava un vento leggero. Lei era sempre stata innamorata del vento, credeva ci fosse qualcosa di romantico e tristemente caduco in quel nulla che muove i capelli lievemente e un attimo dopo li quieta. Si sentiva bellissima.

Lui arrivò. E lei corse verso la sua macchina infilandosì nell’abitacolo velocemente. Le piaceva molto, sì, doveva riconoscerlo ogni volta che lo rivedeva. Non avevano molto tempo. Si fermarono in una zona residenziale placida, per bene, a luci spente. Sapeva che avrebbero parlato, del resto era per quello che erano giunti fino a quel punto, le parole, quelle fregano sempre, belle, piene, vacue, stupide, zuccherine, intelligenti, il gioco lo conducono sempre loro. Ebbero una conversazione vuota e imbarazzata, come ogni volta, per i primi dieci minuti in cui erano soli. Lui, sembrava, avesse paura di toccarla. Lei, non fu così provocante come voleva. Piuttosto, a un certo punto, lo bloccò, nel bel mezzo di uno sterile discorso, e gli disse ciò che, confusamente, aveva provato a spiegare giorni prima. “Per che cosa stai rischiando? Tanto, lo sai che non possiamo stare insieme.” – lo sapevano entrambi che quanto di bello ci fosse tra loro non era abbastanza per sovvertire l’ordine di una vita. Lui diede una risposta confusa. E, senza guardarla, le disse che ormai le cose erano già complicate, e ora, cosa si poteva fare? Tornare forse indietro e fare finta di non essersi mai incontrati? Nel buio, squillò il suo telefono, era appoggiato al cruscotto, frontale, e lei così potè trovarsi di fronte a quel nome sul display, così gravemente sincero. C****. Era un nome da adulta, non da ragazza. Un nome serio, delle signore che portavano già le perle. Un’anziana amica di sua madre portava quel nome, e questo le recava un leggero senso di colpa. Il telefono squillò a vuoto. E poi, lui continuò, dicendo che il problema era la meta da raggiungere. Non era realmente quello, il problema, piuttosto, il come ci si sarebbe arrivati. A quel punto, lui disse ciò che la deluse più di ogni cosa: “Vedi, se per arrivare alla meta il percorso è lineare e tranquillo allora ne vale la pena, ma se ci si deve arrampicare in tornanti ripidi e rischiosi…allora non saprei…”. Non ne fu ferita perchè sperava che lui fosse già così innamorato di lei, sapete, ma piuttosto perchè aveva sempre follemente creduto nel combattere per ciò che si vuole, nel soffrirne, perchè l’amore era tormento e rinuncia ed era terribile ed era meraviglioso, le avevano narrato le eroine delle sorelle Brönte nelle sere di ragazzina, calde di piumone e libri. E poi, si guardarono, finalmente, per la prima volta dopo essersi detti quanto era assurda questa cosa tra di loro (che già chiamavano relazione, senza nemmeno accorgersene), e fecero finta di essersi guardati per la prima volta, senza sapere niente delle loro vite, conoscendo solo le proprie anime. Lui la strinse, e lei gli chiese un bacio. Era già l’ora di andare.

Lei portò a casa l’amica. Lui l’auto sotto casa. Ed erano ancora insieme, dopo venti minuti di realtà. La macchina giudata da lei sapeva di autoritario e confidenziale, mentre si dirigevano fuori città. Passarono sotto casa di lei, senza un motivo preciso, voleva forse regalargli un’immagine di intimità, mostragli il terrazzo dal quale guardava le stelle d’estate, il portico sotto il quale cenava con i suoi genitori, i fiori del suo giardino, che li guardavano, stupiti e complici, emozionati di sentirsi un po’ come in un “Sogno di una notte di mezza estate”. Poi trovarono un posto appartato, tra i cespugli, per stringersi e sentirsi di nuovo parte di un altro mondo. Fecero l’amore con una passione che aveva qualcosa di disperato, come ogni volta, con la fretta e la curiosità della prima volta, e la malinconia l’ultima. La radio suonava una canzone carina e avvolgente, quando lei appoggiò la testa sul suo petto, per poterlo vivere un secondo di più e avere il tempo di sentire il suo battito, almeno quella notte.

 

Uova di Pasqua

Quest’anno, nell’uovo di Pasqua ho trovato tante divertenti sorprese.

Un navigatore satellitare.

L’ho trovato nell’uovo di venerdì sera. Regalo utilissimo, quando vaghi per la provincia bolognese per cercare una discoteca di moda 10anni fa, in cui ti stai recando per accontentare i capricci dei simpaticissimi partecipanti alla cena carina che avevi con tanto amore organizzato. Sarebbe stato più intelligente utilizzarlo per perdersi, piuttosto. Anzi, per perderli. 

Un timbrino.

Un timbrino, che in realtà è un tatuaggio, con scritto sopra ‘Polisportiva Gaggio Calcio’. Vinto sabato sera, ad una festa. Ecco, le feste di Thelma. Potrei parlarne per ore e ore. Perchè lei ha la capacità di di fiutare sempre le situazioni migliori, ed io di supportarle pienamente. Quindi, al grido di ‘Io me lo sento che almeno un giretto lo dobbiamo fare’ ci accingiamo ad entrare. Per la verità ci avviciniamo ad un gruppo scomposto di persone ammassate ad un vecchio casolare in campagna per il quale probabilmente hanno chiesto il subaffitto ai tunca che lo abitano solitamente (perchè se fanno delle feste a meno di 500mt da casa mia, e io non ne sono a conoscenza, c’è un problema). Molto bene, stringo al cuore la Louisa e le giuro che la proteggerò ad ogni costo, prego per il tranch nuovo, e arriviamo alla cassa. La cassa. O meglio, il mio vicino di casa che mi chiede 10 euro e mi timbra la manina. Il mio vicino di casa, ho dato 10 euro al mio vicino di casa, per entrare ad una festa di sbagliati, poi. Guardo Thelma e le giuro vendetta. Da qui, un tragico susseguirsi di eventi. Alla vostra destra ‘Il gruppo di motorini che si riuniva sotto casa mia a 15anni’. Alla vostra sinistra il disperato fidanzato della mia amica che cerca di sbronzarsi per dimenticare dov’è lei questa sera. Dritto davanti a voi i bagni chimici. Tutto intorno a voi, la puzza di umano. E ancora, gente che ci guarda malissimo perchè vestite troppo bene. Poi, d’un tratto, la serata cambia faccia, vedi uno figo, finto robboso, ma davvero figo e, casualmente, tu e la tua amica vi trovate a fianco a lui ed al suo amico in fila al bar (bar.. non si può mica chiamare bar poi…) e, sempre casualmente, si attacca bottone all’amico e poco dopo ci si trova fuori (vicino al casolare del mistero) con duecento drink in mano e in un dialogo dell’assurdo del tipo:

Io: “Ma tu, per caso, conosci un certo M***** Z*********?”
Lui (silenzio): “Tu facevi il Sigonio.”
Io (non è vero, non sta succedendo ancora, tu non sai davvero chi sono io): “Ehm… si… allora conosci M*****?”
Lui: “Ovvio! Lui aveva una gran cotta per te al biennio…”
Io (fuxia, fingo indifferenza): “Uhm, non saprei…”
Lui: “No, non era una domanda. E’ così, mi ricordo.”
Io (cercando di buttarla sul simpatico): “Eheh… non lo sapevo, sarà stato molto felice allora, visto che poi io sono andata col suo amico…”
Lui: “Ah, e come si chiamava il suo amico?”
Io (ignara, titubante ed impaurita, rispondo): “M*****”.
Lui (ride): “Era il mio compagno di banco! Ma dai… siete stati insieme…”

Molto bene. L’uomo che vorrei violentare nella cascina abbandonata era il compagno di banco del mio ex e l’amico del mio amico d’infanzia che era segretamente innamorato di me. Perfetto. Faccio comunque prendere informazioni su di lui all’Urp dei Supereroi e si pattuisce una violenza casuale alla prossima festa. Torno a casa con tre macchie di polvere bianca sul tranch (fecola?), e penso alla domanda che mi facevo qualche giorno fa riguardo al ‘Come mai, ultimamente,  non conosciamo più qualcuno di nuovo?’ e la risposta è: ‘Perchè ormai li conosciamo già tutti! E se non ti conosco, mi sono di certo fatta un tuo amico (io o Thelma, è uguale)’. Necessito un cambio di residenza.

Una faccia di marmo.

Per far finta di non provare un dolore profondo quando mi trovo in mezzo ad un pezzo di passato che, ora, fa finta che io non esista. Quando, per prendere un caffè, devo tenere gli occhiali da sole. Ma, anche, per non sogghignare quando vedo uomini che al mio passaggio stanno male, gente incredula che si allenta la cravatta, perchè, ora, ho anche il fascino della bella e cattiva.

Un carro allegorico.

Chi mi conosce sa che io, nel mio essere sempre benevola col mondo, odio le sagre. Ma le odio proprio sinceramente. Detesto le masse di provincialotti medi che si aggirano per brutte bancarelle, aborro le parate, le bande, le majorette  e appiccherei il fuoco ai carri allegorici. Detto ciò, secondo voi, mia moglie, dove mi ha trascinato per la gita di Pasquetta? Bravi. Proprio lì. Alla Festa della fioritura di Vignola. Sognerò il delirio di provincia meccanica a cui ho assistito oggi per mesi, credo.

Un ovino, vuoto.

Perchè questa settimana, sopratutto, la sorpresa è che mi sento vuota come un uovo di cioccolato. A dire il vero non è una sorpresa, ma si sa, è vita dura per noi cattive durante le festività. Ho il cuore vuoto. E’ brutto avere nessuno a cui pensare, nessuno di cui attendere in ansia i messaggi o le chiamate.

Un piccolo sole.

Perchè oggi, tornando dalla nostra gita nella provincia assolata, ascoltando il Liga coi sogni di Rock ‘n Roll e l’aria fresca di campagna che entrava prepotente dal finestrino, ho pensato che ho proprio voglia d’estate, della sensazione del caldo sulla pelle di sera, col venticello del mare, con le sbronze e le risate e le feste e ballare canzoni stupide, che nelle notti d’estate hanno sempre un gusto diverso, più magico. Perchè ho la sensazione che l’estate dei miei 25anni sarà stupenda e divertentissima, ma anche un po’ l’ultima di un ciclo. Sento come se qualcosa in me stesse finendo, finendo benissimo, ma finendo.

E allora, massì, chiudiamocela in bellezza…

 

 

casualmente, pensieri.

Pazza idea di far l’amore con lui
pensando di stare ancora insieme a te!
Folle, folle, folle idea di averti qui
mentre chiudo gli occhi e sono tua.

Pazza idea, io che sorrido a lui
sognando di stare a piangere con te.
Folle, folle, folle idea sentirti mio
se io chiudo gli occhi vedo te.

[Patty Pravo, Pazza idea]

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