Lei quella sera si preparò non con particolare precisione, era di fretta, aveva dovuto giostrarsi tra un aperitivo con una amica e una corsa dell’estetista, poi non stava bene, non si sentiva abbastanza bella da dedicarsi troppo tempo davanti allo specchio. Si guardò fugacemente allo specchietto della macchina mentre correva sulla strada buia che la riportava in città, tutto sommato si piaceva, e comunque, era perfetta per un venerdì che non prometteva nulla se non due calici di champagne tra due amiche che non si parlano da un po’ e una festa a cui non aveva voglia di andare.
I discorsi, davanti a quei due bicchieri, scorsero superficiali e dolci. Avrebbe voluto parlare di più, a quella amica, di cui aveva condiviso un dolore, qualche tempo prima, ma a volte sentiva un muro di cristallo tra lei e lei persone, anche le più care, e allora le riusciva impossibile anche il minimo avvicinamento emotivo. Così, la buttava sull’ironico, ed era felice di riuscire comunque a scaldare quel piccolo fragile cuore, anche se solo per un momento, un momento che scoppiava poco dopo, come una bollicina persa nel vino frizzante. Lui, intanto era lì, come al solito tra il bancone e la cassa, tra i clienti a cui sorridere e i pensieri. Non si era accorto subito del loro ingresso quella sera, stettero un istante sulla porta, in attesa. E lei un po’ ne fu delusa, come se avesse perso un po’ del suo magnetismo. Come se il suo profumo, a lui, quella sera non fosse arrivato. Poi, non appena lui la vide, andò verso li loro. Sorridente e agitato. O almeno, a lei era sempre sembrato così, agitato, quando si vedevano in pubblico, quando erano quasi estranei. “Prego, c’è un tavolo laggiù, arrivo subito con i vostri soliti bicchieri.” – o qualcosa di simile, il momento in cui si toccavano aveva sempre qualcosa di magico ed estraneo a tutto il resto che le distoglieva l’attenzione dai convenevoli.
Fu subito l’ora di andare, si erano presi accordi per vedersi con le altre fuori dal locale della festa, inutilmente presto. Così ci fu solo il tempo per un fugace scambio di pensieri tra il bagno e la porta, osservati da orecchie maliziose, invidiose degli sguardi profondi, avide delle parole che non sentono. “Sei qui da solo, stasera?” – sibilò lei, che non aveva registrato la presenza della moglie. ”Si” – rispose, risoluto. “Allora ti posso mandare un messaggio tra poco?” – era obbligo accertarsi, le regole le stava imparando, ormai. “Un messaggio? E perchè non me lo dici ora?” – a volte lei si stupiva non della superficilità con cui le persone ascoltavano le sue parole, ma della complessità dei significati che ella stessa dava le cose, e lo faceva per puro piacere estetico. “Perchè non sarebbe la stessa cosa. Allora, fino a quando posso?” – dovette ripetere quel rito, già infastidita dal limite. “Ancora per una mezz’ora rimango qui, poi vado.” – e si guardo preoccupato intorno, il locale era ancora pieno. “Ok, hai la macchina?” – quell’ultima domanda le uscì fuori spontanea, violenta. “Sì” – non c’era altro da aggiungere.
Di lì a poco si trovò davanti a quella discoteca, circondata da personaggi discutibili. Si sentiva snob, scarcastica. Sopra la media, lei, che, in fondo era incompleta, non straordinariamente bella, intelligente sì, ma non ancora realizzata. Ma si era sempre sentita diversa, dal resto. Osservata, più che presente. Il messaggio, a lui, l’aveva già mandato da un po’ e intanto si era distratta conversando di tute alla moda ed economicamente newyorkesi. Diceva: se hai pazienza fino all’una ci vediamo da qualche parte per un buona notte un po’ particolare… Quella sera, così inaspettata, non aveva voglia di parlargli, di sfornare il discorsetto che avava minuziosamente preparato da una settimana a quella parte, Il Discorsetto che faceva più o meno “Io non sono fatta per essere un’amante. Non merito un amore a metà.” No, quella notte aveva solo voglia di fare l’amore. Era quello che avrebbe fatto. Squillò il telefono. Lui stava arrivando lì. Così, questa principessa persa, salutò le amiche, che, esaurita l’estenuante fila, stavano entrando e attese sulla strada, in quel parcheggio in cui una volta, molto tempo prima aveva amato disperatamente un altro uomo. Aspettava lì, in piedi, stretta nel suo tranch scuro. Si sentiva avvolta da un fascino misterioso, di chi non si aspetta un lieto fine, ma una tempesta di emozioni. Si sentiva guardata, come in un film. L’aria era fresca e soffiava un vento leggero. Lei era sempre stata innamorata del vento, credeva ci fosse qualcosa di romantico e tristemente caduco in quel nulla che muove i capelli lievemente e un attimo dopo li quieta. Si sentiva bellissima.
Lui arrivò. E lei corse verso la sua macchina infilandosì nell’abitacolo velocemente. Le piaceva molto, sì, doveva riconoscerlo ogni volta che lo rivedeva. Non avevano molto tempo. Si fermarono in una zona residenziale placida, per bene, a luci spente. Sapeva che avrebbero parlato, del resto era per quello che erano giunti fino a quel punto, le parole, quelle fregano sempre, belle, piene, vacue, stupide, zuccherine, intelligenti, il gioco lo conducono sempre loro. Ebbero una conversazione vuota e imbarazzata, come ogni volta, per i primi dieci minuti in cui erano soli. Lui, sembrava, avesse paura di toccarla. Lei, non fu così provocante come voleva. Piuttosto, a un certo punto, lo bloccò, nel bel mezzo di uno sterile discorso, e gli disse ciò che, confusamente, aveva provato a spiegare giorni prima. “Per che cosa stai rischiando? Tanto, lo sai che non possiamo stare insieme.” – lo sapevano entrambi che quanto di bello ci fosse tra loro non era abbastanza per sovvertire l’ordine di una vita. Lui diede una risposta confusa. E, senza guardarla, le disse che ormai le cose erano già complicate, e ora, cosa si poteva fare? Tornare forse indietro e fare finta di non essersi mai incontrati? Nel buio, squillò il suo telefono, era appoggiato al cruscotto, frontale, e lei così potè trovarsi di fronte a quel nome sul display, così gravemente sincero. C****. Era un nome da adulta, non da ragazza. Un nome serio, delle signore che portavano già le perle. Un’anziana amica di sua madre portava quel nome, e questo le recava un leggero senso di colpa. Il telefono squillò a vuoto. E poi, lui continuò, dicendo che il problema era la meta da raggiungere. Non era realmente quello, il problema, piuttosto, il come ci si sarebbe arrivati. A quel punto, lui disse ciò che la deluse più di ogni cosa: “Vedi, se per arrivare alla meta il percorso è lineare e tranquillo allora ne vale la pena, ma se ci si deve arrampicare in tornanti ripidi e rischiosi…allora non saprei…”. Non ne fu ferita perchè sperava che lui fosse già così innamorato di lei, sapete, ma piuttosto perchè aveva sempre follemente creduto nel combattere per ciò che si vuole, nel soffrirne, perchè l’amore era tormento e rinuncia ed era terribile ed era meraviglioso, le avevano narrato le eroine delle sorelle Brönte nelle sere di ragazzina, calde di piumone e libri. E poi, si guardarono, finalmente, per la prima volta dopo essersi detti quanto era assurda questa cosa tra di loro (che già chiamavano relazione, senza nemmeno accorgersene), e fecero finta di essersi guardati per la prima volta, senza sapere niente delle loro vite, conoscendo solo le proprie anime. Lui la strinse, e lei gli chiese un bacio. Era già l’ora di andare.
Lei portò a casa l’amica. Lui l’auto sotto casa. Ed erano ancora insieme, dopo venti minuti di realtà. La macchina giudata da lei sapeva di autoritario e confidenziale, mentre si dirigevano fuori città. Passarono sotto casa di lei, senza un motivo preciso, voleva forse regalargli un’immagine di intimità, mostragli il terrazzo dal quale guardava le stelle d’estate, il portico sotto il quale cenava con i suoi genitori, i fiori del suo giardino, che li guardavano, stupiti e complici, emozionati di sentirsi un po’ come in un “Sogno di una notte di mezza estate”. Poi trovarono un posto appartato, tra i cespugli, per stringersi e sentirsi di nuovo parte di un altro mondo. Fecero l’amore con una passione che aveva qualcosa di disperato, come ogni volta, con la fretta e la curiosità della prima volta, e la malinconia l’ultima. La radio suonava una canzone carina e avvolgente, quando lei appoggiò la testa sul suo petto, per poterlo vivere un secondo di più e avere il tempo di sentire il suo battito, almeno quella notte.