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Solo per me

Poco fa, Lei, si preparava, agitatissima, per un appuntamento dei sogni, e, salutandomi diceva goditi la tua serata per volerti bene.
Così mi vorrò bene, stasera, e scriverò solo per me.
Penso a questi primi 10 giorni di lavoro. Tante piccole vittorie. Ho imparato che il pulsante dell’apriporta è quello centrale, che le persone che lavorano da tanti anni a volte sono stanche e spente, ma non sempre, che l’impiegata è ipocondriaca, che se vorrò farcela dovrò sudare tantissimo, che forse un pochino di soggezione negli uomini la metto, che un sorriso distende ogni tensione, che il caffè della macchinetta fa schifo, come tutti i caffè di tutte le macchinette di tutte le aziende del mondo. Ero più stanca quando stavo a casa a fare niente, a leggere e a deprimermi. Ora le giornate sono leggere e profumate di novità. Amo vedermi bella la mattina presto, scegliere cosa mettere con cura, uscire al freddo pungente e fermarmi a comprare il giornale prima di entrare in ufficio. Mi piace costruirmi come mi piacerò.
Penso anche che sono fiera di me, perchè so amare. Disperatamente, in maniera assurda e dolorosa. Ma non ne ho più paura. Non ho paura di una corsa folle alle sei del mattino solo per incontrare uno sguardo che dopo poco se ne andrà. Siamo destinati a perderci, noi. Un amore terribile.
e non c’è niente,
non ci sarà mai niente
che non sia stato, prima,
nel cuore.
E credo che sia bellissimo stare attorno ad un brutto tavolo coperto di birre, seduti su un divanetto rotto, rattoppato con gli asciugamani della Dreher, a ridere di una storia di sesso ridicola, a ridere di una storia di sesso triste. E capire la differenza che c’è tra il bene che ti vogliono gli amici, quando ti vedono con gli occhi diversi e opachi e persa, e la mancanza che sei tu, che nella mia vita non sei.

C’è una discrepanza tra il sogno e la realtà, notevole. Però, vabè, può anche succedere che qualche sogno non si avveri, non è una tragedia, è un dolore. La vera tragedia è quando abbiamo la stessa voglia, lo stesso amore, la stessa passione, nel medesimo momento per un sogno e per una realtà che si escludono a vicenda. La tragedia è quando si mischiano, quando non sappiamo più a chi dar ragione e la felicità è, invece, poter abitare queste due stanze separatamente e voler bene sia alla realtà che al sogno, insieme o divise.
(R. Vecchioni)

Little Miss Sunshine

“Dove sei, little miss sunshine?
Torna a risplendere nei nostri cieli, qui c’è grigio e non ci si diverte più.”

E’ una settimana che, ogni giorno, mi siedo davanti al pc, apro wordpress e inizio a scrivere un post. Poi, inevitabilmente, premo svogliatamente sul tasto Canc e chiudo. Vorrei raccontare della vacanza con Thelma e la Paolita, delle storie sceme che mi capitano e mi vengono in mente la partenza da zingare, Thelma che nasconde il navigatore in silenzioso sotto la borsa, la Paola in modalità autistica dietro, il mio cattivo umore intermittente, Thelma e il suo irrefrenabile bisogno di parlare di prima mattina, “Paola? Paola, dormi?”, io negra, Otranto e il testacoda sull’ultimo tornante, Lecce e la carezzevole luce crepuscolare, la città scevra di ogni forma di gioventù, i due scemi dell’ultima cena, il Trentino, le ciabatte e le ciabattate mancate. Una settimana bella, con due persone che amo. Le due righe iniziali me le ha scritte Thelma, appena tornate. Le mie amiche non mi riconoscono più. E’ vero, è stata una settimana bella, ma io non c’ero. O meglio, non c’era la parte bella di me, si era persa e non so dove. E’ rimasta la me arrabbiata, quella che non ha scopi, quella degli eccessi, della follia, dell’alcol, del presuntuoso sarcasmo. Passo giornate a chiedermi cosa sarà di me e della mia vita, dove ho sbagliato. Mi sento un sacco vuoto incapace di prendere una strada. Intimamente, un flutto, una spinta alla vita intinta in una punta di cattiveria che mi porta a vivere la mia vita separata, l’egoistico bisogno di sapere che chi mi ama soffre la mia mancanza, che mi vorrebbe più insieme, una spinta di autoconservazione che mi sta portando alla deriva. Leggo. Guardo i pezzi sparsi della mia vita sul parquet scuro di camera mia. Le havaianas comprate appena prima di partire, le mie scarpe firmate abbandonate tra il tappeto e il letto, una pila di libri a terra, la bottiglia d’acqua a fianco, la specchiera che ospita qualche foto vecchia, le bottiglie dei profumi, le creme, il talco da donna d’altri tempi, orecchini, bracciali, collane sparsi, mischiati, il libretto dell’università incastrato con finta noncuranza tra la bottiglia di Dom Perignon Vintage vuota e un vecchio cimelio d’ottone di mia madre, nel ripiano sotto ancora libri, un reggiseno di pizzo rosso riverso sopra di essi, gli occhiali da sole, a fianco, un deodorante, la pochette usata venerdì notte. La mia stanza è sempre stata un grande romantico magazzino di cose, ricordi, biglietti, oggetti, indumenti, appoggiati lì, a caso, come e ricordarmi di essere sempre di passaggio, non un posto fatto per starvi. Un perpetuo non sapere dove. Il fatto è che mi sono sempre vista in una certa maniera, ho voluto creare un’immagine di me, del lavoro che avrei voluto fare, che ho perso, o meglio, ho lasciato, perciò ora non so più chi sono, chi vorrei diventare e questo mi fa tremendamente incazzare. Non posso sentirmi così impotente nei confronti di me stessa. Nei confronti dell’università è svanita totalmente la motivazione, ormai si laureano anche gli analfabeti, so che è sbagliato, ma sento come totalmente futile un titolo che viene dato a chi scrive 20 pagine sgrammaticate a caso dopo aver infilato una serie di 18, al massimo qualche 22, per culo. Io il mio percorso l’ho fatto, i miei esami su cui ho meditato, che ho digerito, che ho sostenuto a pieni voti, li ho fatti, ora quest’ultimo passo non so se lo voglio fare, non credo, sinceramente di averne bisogno. Ho bisogno di capire cosa valgo. E se finora non ho concluso praticamente nulla forse è perchè ho sbagliato strada, per una sorta di testardaggine ottusa. La stessa caparbietà che mi ha portato, in questi ultimi due anni, a cercare di radunare tutti i pezzi insieme, da sola, come quando hai mille cose da trasportare e cingi tutto tra le braccia, anche se è evidentemente troppo, e non vuoi aiuto e non consideri nemmeno l’idea di pensare ad un metodo diverso e poi appena ti muovi inizia a caderti qualcosa da destra e poi ti chini per raccoglierla e te ne cadono altre tre dalla cima della pila, e perdi solo un sacco di tempo. E allora ricomincerò dalla parte opposta. Così non mi riconosco, non sono felice, e, sopratutto, non riesco più a rendere felici le persone che amo. Perciò proverò a rovescio, facendo ciò che mai avrei immaginato di fare, un lavoro impensato, nuovi stimoli, persone diverse. Prenderò la strada opposta, come cercando l’uscita di un labirinto. Intanto domani pomeriggio ho un colloquio. E oggi, sotto questa pioggia purificatrice,  ritorno a splendere. Da oggi racconto un’altra storia.

Dietro le nuvole

Sovolerò sui riprovevoli fatti del w-e appena trascorso solo perchè ho appena passato una serata incantevole.

Le labbra voluttose appena macchiate di un dolce rosso come ombra di un vino sorseggiato nella cornice di una piazza gremita di gente e cadele, avvolta nel fascino di una musica malinconica e meravigliosa. Fiori come centrotavola. Il paese che riposa placido ai nostri piedi. Da sopra, tutto sembra calmo e domabile. Odore di mattoni scaldati dal sole e puniti da una pioggia improvvisa. Alcuni amici, con i quali ridere delle ultime serate. E qualche sguardo più profondo. Qualcuno parla di desideri, ma le stelle questa sera si nascondono. Sarebbe la serata perfetta per innamorarsi, se solo se ne avesse il coraggio. O per ballare un tango. Resta solo la spenta voglia di trovare qualcosa dietro, una stella talmente sfacciata da bucare le nuvole e mostrarsi fiera nella sua luce.

Buonanotte a me. Un ultimo saluto commosso al cielo.

Appunti di Viaggio

Sinceramente, nella mia assurda vita, di cose da raccontare ne sono accadute, ma… ecco, i fatti delle ultime due settimane apportano un ottimo contributo al forziere di preziose storie incredibili che mi colorano. Del resto, come poteva essere una vacanza normale quella che inziava con i seguenti presupposti…

 

Preambolo.

Partenza isterica, controllo valigie compulsivo. Sempre troppo pesanti. Corsa in areoporto, traffico su ardente tangenziale bolognese. Ansia. Arrivo, comunque, in anticipo. Colazione al bar. Primo morso alla brioches, macchia gigante di nutella su t-shirt candida. Molto bene. Con grande scioltezza ed eleganza mi lascio cadere la sciarpa sul collo in modo coprire provvisoriamente il dramma e poi corro alla prima toilet con la valigia sotto braccio, cambio maglia tra il wc e il cestino, meglio che James Bond, e partenza. Compagna di viaggio Bologna-Roma: una ex Barbie vecchia che legge un libro in greco (vecchia, solo tu puoi capire). Sbarco a Fiumicino, arrivi, la prima persona che vedo è… Gimmy Ghione, molto bene, se questo è un segno molto probabilmente tornerò fidanzata a Capitan Ventosa.

 

I compagni di Viaggio.

Fiumicino, il giorno seguente. Areoporto caldo e caotico. Miriam. Angela. Giacomo. Antonella. Enrico. Ernesto. Maria Pia. Marco. Aldo. Elisa. I Ragazzi. Ci guardano un po’ spaesati da dietro i nastri divisori del check in mentre noi, come formichine impazzite litighiamo con le hostess a cui lo smalto alle unghie ancora fresco rallenta anche i pensieri più semplici. Non mi sembra vero che l’avventura stia davvero iniziando. Ora che la scrivo, mi sembra di parlare di anni fa.

 

L’arrivo.

E il freddo. La pioggia. Una strana sensazione, non sono carica come avevo previsto, questo mi spiazza. Non riesco a sforzarmi e a fingere. Perciò prendo il mio libro, quello che mi ha affidato la mia amica prima della partenza, e leggo, così mi calmo, inzio ad entrare in una dimesione diversa delle cose. Il college. Chi già è arrivato e chi arriverà. Silvia. Giorgia. Federica. Erika. Carmelo. Giovanni. Giusy. Moreno. Il delirio delle stanze. La stanchezza. I capelli bagnati. Le prime forti impressioni.

 

Lo staff.

E la serena sensazione di essere in vacanza con un gruppo di amici. Le birre. Il rhum. La vodka. Le risate in staff room. La pasta sempre troppo piccante. Riprendo la carica che non avevo trovato nella partenza, credere in ogni nuovo giorno è una propulsione eccitante. L’incredibile diversità in ognuno e la voglia di capire cosa c’è dietro ad ogni viaggio. Gli occhi dolci, profondi e maliconici di Giusy. La simpatia di Marco. La follia di Erika. L’intelligenza di Miriam. I silenzi di. Stare semplicemete bene. I discorsi, le chiacchere, le cazzate. I gavettoni alle 4 del mattino. La vice che entra in reception a chiedere le master key, grondante, fingendo indifferenza e il guardiano kenyota che, sogghignando, le dice che può anche smettere di fingere di fare la buffona seria che tanto ci ha visti dalle telecamere mentre facevamo a secchiate nei corridoi… Le cascate e i giochi d’acqua dal sesto piano. Le camere svuotate. Le ore dormite, solo in pullman.

 

I ragazzi.

Quelli che fingono di non avere bisogno di te e poi invece ti cercano come una preziosa stella polare. Quelli spontanei, che ridono e piangono ancora senza vergognarsi. Quelli che hanno molte meno paure di noi, quasi 30enni. Quelli che si fidano, e se li tradisci sanno cos’è la delusione. Quelli che rompono le palle per fumare ogni cinque minuti, ma se ti ci fermi a parlare, se ne dimenticano, che non potevano fare a meno di fumare. Quelli che si innamorano, per circa un quarto d’ora. Ma quello è stato il quarto d’ora più intenso della loro vita. Quelli che cantano, e non importa se sono stonati. Quelli per i quali noi tutti eravamo là.

 

La pandemia.

Perchè il pericolo è il mio mestiere, cari lettori. Quindi, se qui in Italia scoppia il delirio per l’influenza suina, noi cosa si fa? Beh, ma giustamente si va esattamente nelle fauci del leone, tanto cosa vuoi, che becchi proprio noi?! No, infatti… 15 ragazzi e 5 animatori.. più quelli che si stanno ammalando ora, ecco, mi sembra un bilancio più che accettabile. Alla fine avere gli ambulatori pieni e dover ricoverare gente anche nella staff room è stato anche divertente, ad un certo punto sembrava più una missione umanitaria che una vacanza studio. Ho fatto assistenza, servizio pulizie, organizzato la cooking competition malati, confidando nei superpoteri dei miei anticorpi che, ad esser sinceri, hanno visto cose che alle suine fanno un baffo, ma , ahimè, non è stato abbastanza, la suina si è impossessata di me, perciò, cari affezionati, con immenso piacere vi annuncio che la vostra eroina è in quarantena per altri cinque giorni. Chiusa in una stanza con l’unico piacere del pc e di montagne di libri. Il cibo mi viene lanciato da Muadre che rimane coscienziosamente sul ciglio della porta. Credo che impazzirò, o farò impazzire voi, scrivendo continuamente. Ah, una chicca fetish, sono costretta a portare una mascherina ogni volta che entro in contatto con esseri umani (e non pensate subito ad Eyes Wide Shut, suini che non siete altro, lo scenario è più da malata da ospedale psichiatrico).

 

I cieli.

Azzurro. Quello romano del primo volo. Pieno di nuvole ovatta appese. Col sole arrabbiato che bussava ai finestrini ovali. E noi a sfrecciarci in mezzo, con le nostre storie pesanti, che tra blu infinito il bianco neve e l’arancione zen sembrano annullarsi. Plumbeo. Così rigorosamente inglese. Serio e intransigente, ogni giorno ci rovesciava addosso litri di pioggia. Solo di giorno. Le albe invece. Quelle si, che avevano il gusto di un nuovo inizio. Ci sorprendevano dai finestroni della staff room, curiose di sapere perchè fossimo ancora lì, a parlare, un sorso di birra, spegnendo l’ultima sigaretta. L’ultima alba è stata la migliore, triste e lenta, irreale,  un sole sfacciato a riscaldare i discorsi di due anime forse un po’ inarrivabili. Labbra bagnate dal rhum e occhi puntati su parole che raccontano vite e passati. La sensazione di non volersene andare mai da quel momento. Una frase scritta su un cd. Sono le 6:50 e tra 10 minuti parte il mio pullman per l’areoporto, mi riporterà sotto il cielo italiano. Chiudo di fretta la valigia. Il cuore. Gli occhi. E scappo giù.

 

Ci sono due canzoni che porterò con me per sempre, una è un regalo da parte dei ragazzi, uno dei momenti più emozionanti dei questa meravigliosa avventura, la speranza e il domani; l’altra è una canzone che, una sera, forse per sbaglio o per scherzo,  qualcuno disse che era dedicata a me. Io, per sicurezza, me la porto dentro.

 

Da chi disse che ho gli occhi dolci, ma la faccia cattiva…
It was a beautiful day
Don’t let it get away

 

Ho imparato a sognare…

…quando inizi a scoprire che ogni sogno ti porta più in là. Cavalcando aquiloni, oltre muri e confini… ho imparato a sognare da là.

Forse sto un po’ esagerando. In quanto a cinismo, intendo. Sento che, in questo periodo di immobilità e aridità sentimentale, mi sto ghicciando dentro. Mi sento insensibile e non riesco proprio ad immaginarmi innamorata. Poi, mi guardo attorno, e vedo solo amori in bianco e nero, amori che io non vorrei. Forse mi sposerò, tra qualche anno, sarò felice per un po’ finchè magari non ci tradiremo e tutto diventerà routine. Questi pensieri mi immobilizzano e mi viene da credere che l’amore effettivamente non esista.

Ieri sera ero sul divano, mollemente stesa a finire di smaltire la sbronza del week-end, quando, dalla camera dei miei sento provenire una melodia stucchevole. Allora, incuriosita, vado a sincerarmi che non si tratti di allucinazioni uditive. Affaciandomi alla porta trovo mio padre, un uomo di 60 anni, tre figli adulti, un’azienda, alle prese con uno scanner e movie maker, che improvvisa, con infinita dolcezza, un montaggio delle foto del loro matrimonio. 8 giugno 1969. 5 luglio 2009. Quarant’anni dopo quell’uomo sta scegliendo  le più tragiche canzoni di Elton John da inserire come sottofondo allo scorrere di momenti di antica felicità. Allora mi sono fermata ad ammirare quel commovente paesaggio. E ho visto mia madre sorridente e spaventosamente somigliante a me, incinta e radiosa. Mio padre, già così adulto. Una chiesa modesta e accaldata. Una calla lunga e bianca come bouquet. Allora ho capito. Non è vero che non voglio l’amore. Forse voglio un amore impossibile. Ma ho imparato a sognare un amore così sconvolgente e profondamente vibrante e luminoso da allontanare il pensiero di scivolare nella mediocrità almeno per parecchi anni. Per sempre non esiste. Ma esiste unico. Esiste travolgente.

Matrimonio-048

08 giugno 1969, in uno strano universo...

Grazie amica, qui hai detto tutto.

Con amore.
Sempre tua.
Louise.
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